martedì 18 novembre 2014

Bipolarità a tratti

Dunque ormai sono undici mesi che non torno a casa. UNDICI. E per me sono tantissimi. Sono così tanti che ormai mi sento tagliata fuori da tutto e tutti, e le amiche mi mandano foto di amiche che si sposano e io non sapevo nemmeno si fossero fidanzate, o foto di bambini appena nati e io nemmeno sapevo che fossero stati concepiti.

In questi undici mesi lontano da casa i miei ormoni hanno fatto a cazzotti con i miei nervosismi, le lacrime si sono sprecate, le mie condizioni psicologiche sono state messe duramente alla prova da questo perenne stato di felicità da cui quest’isola gigante pare avvolta come per magia.
In questi mesi lontana da casa mi pare quasi di aver elaborato una forma di bipolarismo, che forse colpisce un po’ tutti noi che decidiamo di partire e vivere in un altro paese per lunghi periodi. O forse colpisce tutti gli espatriati in generale. O forse colpisce solo me? Colpisca chi vuole colpire, ma io sono undici mesi che mi sento confusa, e ho soprannominato questa confusione generale bipolarità dell’espatriato.

Ovviamente, il primo sintomo del bipolarismo dell’espatriato è l’alternanza tra giorni in cui la felicità è incontrollabile, e giorni in cui sono le lacrime ad essere incontrollabili. Nel mio caso, alterno momenti in cui guardo soddisfatta allo specchio la mia abbronzatura perenne pensando che sto piuttosto bene: "ho una casa grande, una stanza con un balcone sull’oceano, un fidanzato bello e surfista, un lavoro, poteva andarmi peggio,” a momenti in cui mi guardo allo specchio e, oltre a vedermi le prime rughe che il sole in Australia fa male e i raggi UVB e l’invecchiamento precoce e i capelli bianchi, penso anche di stare piuttosto male: “vivo sull’oceano ma non sono in città, il lavoro va bene ma potrebbe andare meglio, il fidanzato va bene ma è disordinato, mamma dove sei vienimi a prendere.”

Se già questo fatto di essere psicologicamente fragili e instabili destabilizza l'espatriato (e non vi dico quanto destabilizzi la sottoscritta che ormai piango anche davanti alla pubblicità per le pappine dei bambini), le incredibili incertezze grammaticali che insorgono dopo un lungo periodo lontano da casa sono ancora peggio.

Parlate voi inglese (o qualsiasi altra lingua straniera) 24 ore su 24, svegliatevi parlando in inglese, addormentatevi parlando in inglese, pensate in inglese, sognate in inglese, e poi vi verranno dubbi grammaticali nella vostra lingua madre degni dei vostri peggiori incubi. Avrete dubbi sulle c, sulle q, sul cq, sui verbi, sui significati delle parole, sugli accenti, sulle virgole. Ed essendo voi bipolari, avrete problemi anche con l’inglese: una mattina vi svegliate ed il vostro inglese sarà perfetto, nessuna incertezza nemmeno sulla pronuncia di beach o bitch; la mattina dopo vi sembrerà di essere regrediti e tornati alle medie a quella famosa lezione in cui la professoressa vi insegnava a pronunciare il TH con la penna tra i denti, e per dire qualcosa vorreste usare il vostro fedele amico Google.
Ed essendo voi bipolari, penserete in tutte e due le lingue. Vi chiederete cose in inglese e vi risponderete in italiano, e vi ritroverete come per magia a scrivere liste della spesa così formate:

acqua – toilet paper- prosciutto – toothpaste- bread – burro – nutella - juice.

Se gli sbalzi d'umore e gli errori grammaticali e la confusione linguistica non fossero abbastanza, grazie alla bipolarità dell'espatriato io faccio anche confusione con il cibo: passo settimane intere senza mangiare un piatto di pasta perché la pasta è troppo pesante, dicono gli australiani. Dico SETTIMANE senza pasta. Sono ormai mesi che non mangio più Pan di Stelle, che tanto fanno ingrassare, dicono gli australiani. MESI senza pan di stelle.

Alterno giorni in cui sorseggio skinny latte mangiando uova strapazzate con il bacon a colazione, nemmeno fossi bionda e australiana, e altri giorni in cui voglio solo la brioche e il cappuccino all'italiana e fanculo sto skinny latte che poi che cos'è, esiste solo il latte grasso e il latte di soia fa male e sa di cartone e dove sono i miei krapfen alla marmellata.
Mangio burrito dicendo che alla fine non sono male e poi di notte sogno il pranzo della domenica con le lasagne della mamma.
Mi chiedono se voglio assaggiare uno spider, una roba composta da limonata e una pallina di gelato alla vaniglia che io non avevo mai sentito nominare in vita mia, e prima dico ok magari lo assaggio, chissà come sarà ma sei sicura sia commestibile fa le bolle e la limonata è diventata tutta una pappetta orrenda, però ok, passami la cannuccia e poi tutto d'un tratto mentre sono lì lì per assaggiare il famoso spider ecco che arriva il bipolarismo, e come d'incanto mi ritrovo a dire: ma sei matta, sono ancora italiana, queste cose non le mangio. E, sempre per colpa della bipolarità, mi sono ritrovata a chiudere il discorso sulla limonata con il gelato rigorosamente in lingua originale, con un sonorosissimo CHE CAZZO.

mercoledì 29 ottobre 2014

Cuore di pietra

La prima volta che ti ho visto era agosto del 2012. Io avevo il cuore di pietra perché quello vero me l’aveva distrutto quello stronzo che mentre stava con me viveva con un'altra. Io avevo il cuore di pietra e non volevo innamorarmi di nessun altro. Nessuno. Non volevo nessuno, non volevo preoccuparmi, non volevo pensieri, non volevo l’amore, non volevo fidarmi. Io non volevo nessuno. Non volevo nessuno ma tu eri decisamente carino.

La prima volta che ti ho visto avevo finito di lavorare in quell’ufficio maledetto ed ero corsa a casa a cambiarmi da quella camicia che non mi faceva respirare e da quella giacca che solo a guardarla mi ricordava il ticchettio delle tastiere, e le pause pranzo seduta alla mia scrivania, e il Tesco vicino all’ufficio con il barbone seduto davanti all'entrata che mi mandava a fare in culo tutte le volte che mi vedeva perché non gli piacevo. “Senti ti porto un caffè ma non mi mandare più a fanculo.” “Non lo voglio il tuo caffè.”
Ero corsa a cambiarmi perché avevo deciso di cambiare tutto, perché avevo capito che piuttosto di passare un altro giorno a ticchettare su quella tastiera e a sentirmi infelice, anche se con le vacanze pagate e uno stipendio mensile e un lavoro che avevo sempre voluto, piuttosto di essere infelice con un bel lavoro, io volevo essere felice. Io volevo sentire il sangue scorrere nelle mie gambe e non il formicolio di quando stai seduta troppo tempo. Io volevo cambiare.

La prima volta che ti ho visto avevo dormito tre ore la sera prima, ma non perché fossi andata a fare casino da qualche parte, perché non riuscivo più a dormire. Non dormivo decentemente da due mesi, la Valeriana non funziona, il Valium non lo voglio prendere che altrimenti non mi sveglio più, e allora passavo le notti a fissare il muro, a sentire il rumore di Londra fuori dalla finestra, i taxi, le risate di qualcuno, gli autobus con i freni che sembrano dinosauri. Fissavo il muro e pensavo.

La prima volta che ti ho visto ho pensato che eri davvero bello e che io avevo le occhiaie e i capelli brutti e tu non mi avresti mai baciata.

La prima volta che ci siamo baciati mi ricordo i tuoi amici che mi chiedevano se volevo trasferirmi in Australia, e tu che mi raccontavi di voler andare in Sud America e io che ti dicevo vengo anche io, che me ne frega, che cosa lascio qui, una stanza, otto scatoloni, vengo anche io. E mi ricordo i tuoi jeans verdi e il rum e cola.  

La prima volta che ci siamo baciati sono tornata a casa e ho dormito. Ho dormito nove ore filate. E il giorno dopo il mio cuore di pietra aveva una piccola, piccola crepa giusto al centro.
E quella piccola crepa è diventata grande in fretta, e tutto d'un tratto il mio cuore di pietra non c’era più, e c’eravamo io e te. Io e te a Londra. E poi io e te a sopravvivere tra il freddo, il vento e gli scozzesi a Edimburgo. E poi io e te a prendere il sole sulla spiaggia, a fare il barbecue con i tuoi amici e a decidere in quale parte della stanza dovevamo mettere il letto, a Melbourne.

La prima volta che ti ho visto era agosto del 2012.  Io avevo il cuore di pietra e tu mi sembravi così carino.

La prima volta che ti ho visto era agosto del 2012. Io non volevo nessuno, non volevo innamorarmi, non volevo pensieri, non volevo fidarmi, non volevo nessuno.
Poi ho visto te.

giovedì 21 agosto 2014

Tinteggiando rosa fluo

Compiti per tutti: immaginate che la vostra vita sia un maglione. Immaginate la vostra vita ovunque voi siate, con il vostro lavoro, le vostre abitudini, insomma tutto quello che conoscete sotto forma di maglione. Diciamo che il maglione della vostra vita sia di colore nero, che va bene con tutto, che smagrisce, che comunque è un bel colore elegante e voi siete fieri di avere un maglione di vita color nero. 
Ora immaginate che un giorno, spinti dalle migliori intenzioni, decidiate di mettere il maglione in lavatrice con del rosa, per renderlo un po' più vivace. Ma forse il colore era troppo, o avete sbagliato il lavaggio e, come d'incanto, il maglione della vostra vita di nero non ha più nulla: è uscito dalla lavatrice rosa. Rosa fluo. Così rosa che come cazzo è successo che la mia vita da nera sia diventata rosa fluo?

Avete immaginato tutto questo? Questo è, metaforicamente parlando, quello che si prova a trasferirsi in Australia. Perché l'Australia non è solo in un altro emisfero. E' proprio un altro pianeta. 
Sono otto mesi e mezzo che vivo al piano di sotto del mondo e non ho ancora capito se mi piaccia o no, se odio tutti o amo tutti, se questa cosa di sentire l’oceano da camera mia mi piaccia davvero o se prima o poi impazzirò e uscirò dal davanzale a inveire contro le onde. 

Mentre tento di capire che sentimenti provo per l'Australia, se grande amore o grande odio, cerco in tutti i modi di integrarmi, rivedendo quello che la vecchia Albion mi aveva insegnato, e tinteggiando tratti di rosa a caso sulla mia vita nera, cercando di imparare ad essere un po' meno albionica e un po' più straiana.

Se dagli inglesi avevo imparato a parlare educatamente, a dire Sir e Madam, "I beg you pardon" quando non capivo una cosa, a parlare con quel bell'accento inglese che mi portava a pronunciare tutte le T nella parola butter, ora invece tinteggio di rosa e abbrevio tutto, storpio le parole e pronuncio butter BUTTA, come butta l'inglese nel cesso e prenditi questo accento australiano. E così come abbrevio tutto ora non dico più "I beg you pardon", chiedo scusa, ma "WHACHYASAYINGMATE?" cosa dici fratello?
Si, dici di tinteggiare di più, scusa, hai ragione, tinteggio e dimentico i miei amici inglesi.

Ignorare il prossimo e farsi i fatti propri è un'altra cosa che gli inglesi mi avevano insegnato benissimo. Essere gentili, sì, ma farsi i fatti propri. Sorridere, ma a denti stretti. 
Nella mia vita rosa fluo, io mi faccio i fatti di tutti e tutti si fanno i fatti miei. Tutti si fanno i fatti miei perché qui sotto siamo tutti amici e se non chiedi i programmi per il weekend alla cassiera del supermercato sei una brutta cafona. Tutti, inoltre, ci tengono a sapere come sta il prossimo, e allora è sempre un chiedere come stai: come stai, cane, hai programmi per il weekend? Come stai, signore, che cos'ha fatto oggi? Come stai, signora, è andata a yoga stamattina? Come stai, macchina, ti senti bene, ti andrebbe di portarmi al lavoro? Come stai, vita nera, stai diventando più rosa e più socievole?

La mia vita nera era anche una vita piuttosto non sana e non equilibrata. Andava d’accordo con andare a dormire tardi la sera e svegliarsi tardi la mattina, uscire tutte le sere, concerti, feste, balli scatenati.
Ora è tutto il contrario: la mia vita rosa beve solo nel weekend, che qui durante la settimana non si esce; la mia vita rosa fa Pilates e le flessioni e gli squat tre volte la settimana che se non fai sport, di preciso, cosa fai in Australia? La mia vita rosa si sveglia alle 6 di mattina e va a lavorare alle 7 e alle 23.30 ha così sonno che le si chiudono gli occhi e il libro che sta leggendo le cade in faccia, e secondo me è la vita nera che le dice di restare sveglia, perché chi, chi va a dormire alle 23.30?

Se Albione mi aveva fatto crescere e la Scozia mi aveva riempito di una buona dose di cinismo, l'Australia mi sta cambiando tutta la vita. Mi sta cambiando anche il guardaroba, che ora mi piacciono le magliette a fiori e le cose colorate e ieri ho comprato un paio di pantaloncini leopardati che chissà dove li metterò.
E non ascolto più gli Smith come facevo prima, perché qui c'è il sole anche quando è pieno inverno ed è come snaturarli e portarli in un posto troppo colorato per loro. E non mi metto più il cappotto nero che tanto usavo, perché qui c'è caldo anche quando fa freddo. E bevo meno gin tonic perché qui una bottiglia costa come un biglietto aereo andata ritorno Verona-Londra.

Così tinteggio la mia vita rosa fluo perché io qui ci vivo, e ci vivrò almeno per un po', e dovrò pur cercare di capire il posto in cui vivo, no?
E dato che non posso restare vestita di nero per sempre, sabato sera alla festa metterò anche i pantaloncini leopardati, ma la vodka lime e soda ve la bevete voi, amiche bionde australiane.
Io porto il gin.

giovedì 31 luglio 2014

Storie d'amore del cazzo

(E' un periodo un po' così, e penso si veda: non scrivo da una vita. Ho tante idee e molto confuse, e quando le idee sono tante e sono confuse, il più delle volte non esce niente di buono. Ma un po' di tempo fa mi sono svegliata e ho scritto questa storia di non amore, che è un po' vera, e un po' no, un po' realmente accaduta, un po' romanzata, e insomma ho pensato che mentre mi chiarisco le idee, e trovo del tempo per scrivere qualcosa di decente, magari potevo pubblicare questa storia e leggere cosa ne pensate, se vi ha fatto schifo o se vi è piaciuta, o che ne so. 
Torno presto, nel frattempo, eccovi la prima storia d'amore del cazzo.)

Se tu non fossi stato uno stronzo, la nostra storia d’amore sarebbe andata benissimo. Per qualche tempo, magari per un mese, magari un anno, mai per sempre perché c'erano cose di te che non mi piacevano già all'inizio e allora figurati quelle cose che non ti piacciono all'inizio di una relazione come diventano alla fine, si ingigantiscono, ti infastidiscono, ti danno il nervoso fino alla radice dei capelli che ti vibra anche il cervello; insomma non so per quanto tempo sarebbe durata, ma probabilmente sarebbe stata una bella storia.

Alla fine il tempo da cui ci conoscevamo si contava su due mani, così come si contavano su due mani più altre due mani tutte le volte che ad ogni festa in cui ci rivedevamo restavamo a parlare per ore di chissà che cosa, nemmeno mi ricordo, e tu mi riempivi il bicchiere di birra, e poi tutto ad un tratto mi dicevi “Vieni un secondo di là che ti devo far vedere una cosa”, e io sapevo che cosa si nascondeva in quella frase, e mi prendevi per mano e poi appena eravamo nascosti da tutti mi stampavi uno di quei baci di film, quelli che  le mani non sono sul culo o da qualche altra parte, quei baci che le mani sono sul viso. Quei baci che quando hai diciotto anni alla fine ti sembra che qualcosa ci sia davvero.

Poi sono passati gli anni, ci siamo persi di vista, e io in quegli anni ho preso strade che non sapevo dove mi avrebbero portato, mi sono innamorata, ho conosciuto tanta gente, ho passato serate in giro per Bologna pensando che la vita fosse tutta lì, e poi ho capito che dovevo andarmene da tutto e mi sono trasferita in un’altra città. Una città lontana ma non troppo, a vivere di nuovo. Senza sapere dove fossi tu.
E poi un giorno, mentre pedalavo per quella città, nemmeno ti pensavo, non ti pensavo da un bel po’, non sapevo nemmeno dove fossi, ti ho visto. Dall'altra parte della strada. Sorridevi. A chi sta sorridendo, impossibile che mi abbia riconosciuto, non ci vediamo da anni. Sorridevi. A me. 
Mi sono fermata e ho pensato chissà che cazzo di faccia ho, che pedalo da mezz'ora, ho l’ascella pezzata sicuramente e magari oddio, magari puzzo? Ma a te che te ne fregava, non avevo nemmeno fatto in tempo a mettere giù la bici e già mi stavi abbracciando.

Ci siamo seduti in un pub in un pomeriggio di giugno e abbiamo ordinato una bottiglia di vino. E io dicevo dai, sono le tre di pomeriggio, cosa ordini una bottiglia di bianco, non è un po' troppo? E tu mi hai chiesto se avevo di meglio da fare, dovrei studiare ma in realtà no, non mi pare di avere di meglio da fare, ti avevo risposto io. 
Siamo stati cinque ore a parlare e a bere vino bianco, il sole non c’era più quando mi hai dato uno di quei baci che mi davi quando eravamo piccoli alle feste. E io ho pensato che ti amavo. Forse ti avevo sempre amato e avevo sempre fatto finta di niente o forse aspetta un attimo ho bevuto una bottiglia intera di prosecco non è che magari è quello? No, no, io ti amavo, prosecco o no. Ti amavo perché a prescindere da tutto, com'è possibile che due persone si incontrino dopo anni in una città come Londra, per puro caso, e si vedano e si sorridano, quelle due tra dodici milioni di persone, il traffico e il mio casco in testa?

Siamo andati in macchina fino a casa tua e tu mi tenevi per mano mentre guidavi, tutto il tempo, e io pensavo che forse l’amore era quello, e non addormentarsi nello stesso letto girati uno da una parte e l’altro dall'altra dicendosi buonanotte senza sentimenti. Altro vino, altri baci, e le tue parole perfette che chissà se te le eri imparate a memoria da qualche film, perché sembravano prese da un film: ora che ti ho trovato non ti lascio più, dove sei stata tutto questo tempo, io lo sapevo che tra noi c’è sempre stato qualcosa.

Il giorno dopo ero felice. Felice che tutta quella tristezza che avevo addosso da un po' sembrava sparita, volevo alzarmi, ballare, correre e vederti e dirti che avevi ragione, che c'era sempre stato qualcosa tra di noi da quella sera a quella festa in cui mi avevi rovesciato una birra addosso e mi avevi prestato la tua maglietta per tornare a casa, che tra di noi c'era qualcosa sul serio e che sì, io non volevo lasciarti mai più.
Allora ti ho chiamato e ti ho detto vediamoci, e tu mi hai detto oggi non posso, vediamoci domani alle 18 su quella panchina sotto l'albero con le luci in fondo a Southbank, vicino allo skate park, magari porta una bottiglia di vino, così guardiamo il tramonto, amore mio.

Io sono arrivata alle 18.15, perché ho pensato che così non sarei arrivata per prima e non sarei rimasta lì ad aspettarti se fossi stato in ritardo, e perché insomma non volevo farti capire subito tutto. Se fossi stata seduta su quella panchina alle 18 avrebbe voluto dire che non vedevo l’ora di vederti, ed era vero, ma non volevo che tu lo sapessi.

Alle 18.45 tu ancora non c’eri. Ti ho scritto un messaggio: dove sei? Non hai risposto. 
Alle 19 ero ancora seduta con la mia bottiglia di vino bianco ora bevuta per metà, e tutta la gente intorno a me guardava il tramonto ridendo, bevendo, baciando. Il cielo era rosa, nemmeno una nuvola, non capita spesso qui, dove sei finito, ti sbrighi, ti stai perdendo tutto. Stai perdendo me. Stai perdendo noi, forse, se davvero esiste questo noi. Di sicuro ti sto finendo il vino, brutto cretino.

Alle 19.30 mi hai scritto un messaggio: “Scusami, amore, è che penso che non è la cosa giusta. Se dovrei stare con te ora non sarei me stesso.”

E io ho letto il messaggio. L’ho riletto. E mi sono messa a ridere, tanto, tantissimo, e ho cominciato a piangere che non so ancora se fosse di felicità o di tristezza o perché ancora prima di leggere il tuo messaggio avevo finito il vino bianco.


E poi ti ho risposto: “Scusami, amore, ma hai sbagliato il congiuntivo. E poi scusami, amore, ma vaffanculo.”