venerdì 23 settembre 2016

Pause

Se riuscissi a trovare quello che gli inglesi chiamano money tree o albero dei soldi, io lavorerei solo negli anni dispari. E gli anni pari li passerei in vacanza. 

Sfortunatamente di quest’albero non è stata rinvenuta ancora nessuna traccia, allora ho dovuto pianificare il tutto un po’ più attentamente, cominciando a risparmiare sul gin e sulla vita a novembre del 2015, ma quest’anno cadeva pari e quindi ho fatto così: dopo aver passato un anno intero tra uno scantinato e un tavolo di ristorante a pianificare cene per ricche signore australiane, sentendomi sempre una cattiva figlia per non essere mai a casa, una cattiva amica per perdermi matrimoni-nascite-battesimi-fidanzamenti, una cattiva zia per non vedere mai i miei nipoti; un giorno mi sono alzata e ho detto “scusate, ma perché non ve ne trovate un’altra? Io me ne vado.” Consegnando la mia stupenda lettera di dimissioni che aveva come ragione principale un lungo periodo di pausa per viaggiare.
Dopodiché, tutta felice e contenta, sorridendo a tutti i miei compagni di treno mentre tornavo a casa, ho prenotato un volo per lo Sri Lanka, poi per Milano e ho detto ciao amici, io vado a fare l’estate in Europa.

E fu così che, una sera di maggio all’inizio dell’inverno australiano, freddo e grigio, il periodo più deprimente dell’anno che dio santo australiani, è solo inverno, ce la farete, sopravviverete, io e quello biondo ci siamo imbarcati destinazione tre mesi di viaggio per lui, e sei per me.

Non devo certamente spiegarvi come si sta bene quando confondi il lunedì con il venerdì, quando prenoti voli e decidi di andare a vedere la città che vuoi, quando vuoi, e quando sai che il tuo tempo è finalmente tuo. Non hai due settimane, non devi pensare al capo che magari ha avuto qualche problema con qualcuno, né controllare le email, e nemmeno preoccuparti. E non hai nemmeno sette giorni come ho avuto io l’anno scorso.
Sono tornata sette giorni, dopo un anno, dopo dodici mesi. Dall’Australia. Avete presente come stavo? Ho passato sette giorni praticamente sveglia di notte e in coma di giorno cercando di vedere tutti e stare con tutti e poi il settimo giorno mi sentivo meglio ed ero già su un aereo direzione Melbourne ed ho pianto e bevuto gin tonic per tutta la durata del viaggio perché mi sentivo tristissima. Anche la hostess mi ha chiesto se avevo bisogno di aiuto, no no, gin.

E invece questa volta ho avuto tutto il tempo del mondo. Ho passato tutta l’estate in Italia, a guardarmi intorno e a cercare di appiccicare nella memoria tutte le cose stupende che ci sono qui: le case, i ponti, gli abbracci dei nipoti, le cene con le sorelle, i viaggi con mamma e papà come quando ero piccola, le serate con gli amici, le birrette lungo l’Adige e gli aperitivi davanti all’Arena, il gelato, le risate delle mie amiche, i bagni al lago, le code in autostrada ad ascoltare la musica e a parlare di nulla di importante, le feste, i giri in bicicletta alle 3 di mattina, le osterie lungo le viette veronesi e sedersi fuori nelle serate d'estate, vedere tutti gli amici anche quelli lontani perché finalmente hai tempo, rivivere un po' la mia vita, vivere un po' a casa mia.


Ed è stato bellissimo. E ho ancora un mese. 

Che felicità, amici. Forse era questo quello di cui avevo bisogno. Tornare, solo per un po', ricordarmi da dove vengo. Ricordarmi, ecco. Forse era questo che dovevo fare.

sabato 27 febbraio 2016

Magliette

"E ma sono secoli che non scrivi." "Tanto ormai non scrivi più." "Ah, ma il blog? Era bello. Poi sei sparita."

Lo so. So che sono sparita. So che sono secoli che non scrivo. So anche che forse ho perso per strada l'unica dote per la sopravvivenza, il sarcasmo. So anche che forse ormai non scrivo più.

Il perché non lo so. Le cose cambiano. Io sono cambiata. Ho fatto molte cose noiose nel corso del 2015 che non mi andava di condividere. Non mi andava di raccontare a nessuno come mi sia sentita fuori luogo, sola, scema, perché non avere un visto in un paese dove sei effettivamente un'immigrata ti fa sentire così, scema. Nonostante tu scema non lo sia. Nonostante tu di esperienze ne abbia fatte. Scema. Non mi andava di raccontarvi che, nonostante io sia innamorata, a volte la situazione scappa via dalle dita e non si può vivere di solo amore, perché il cervello è sempre lì a tormentarvi, devi trovarti un lavoro decente, devi fare, devi, devi.
Non mi andava di farvi sapere che, per la prima volta dopo anni, non sapevo come prendere in mano i fili della mia vita. Da che parte tirarli. Come aggiustarli. Quale tirare di più, quale tirare un po' di meno. Non mi andava di farvi sapere che, tutto d'un tratto, ho smesso di capire come indossare la maglietta della mia vita.

La mia maglietta è sempre sembrata bella. Tipo una di quelle magliette che vi comprate certi che un giorno sarà la vostra preferita: colore perfetto, vi cade bene sulle spalle, ha un disegno stupendo e sì, avete fatto proprio un bell'acquisto.

Poi un giorno ve la infilate, e vi sta stretta. Stretta che tipo non riuscite a entrarci con la testa, e allora allargate il collo. Poi vi sedete e vi accorgete che porca miseria vi sta anche corta, e quando vi sedete si vede il culo, e allora la tirate, la tirate avanti, di dietro, la tirate sui fianchi e sentite quei piccoli crac delle cuciture che cedono, e pensate speriamo che non si buchi, quand'è che sono ingrassata?
Cercate di allargarla quel tanto per riuscire almeno a respirarci dentro. Perché voi in quella cazzo di maglietta ci volete entrare a tutti i costi. Perché voi quella maglietta la volete mettere nonostante vi si veda il sedere e nonostante vi stia stretta sul collo. Voi volete che quella maglietta vi stia perfettamente.

Questo è quello che ho provato nell'ultimo anno in Australia. E' stato come indossare una maglietta che non mi stava. Che non stava sulla mia vita. Nonostante io cercassi in tutti i modi di farmela stare perfettamente. Nonostante tutti i miei sforzi per cercare di allargarla.

Ci vuole tempo, mi hanno detto. Perché l'Australia è così diversa dall'Europa. Perché gli australiani sono strani. Perché spesso mi sento di non appartenere a nessun luogo. Perché i miei amici non sono qui. Perché perdo momenti importanti della vita delle persone che sono sempre state con me.
Perché non sono capace di dipendere da qualcuno. Perché non ho mai avuto bisogno di nessuno per sopravvivere in una città, e qui mi pare di aver sempre bisogno di qualcuno a cui appoggiarmi, attaccarmi, stringermi.
Perché sono sempre riuscita in qualche modo a riderci su, anche nei momenti bui. Perché all'improvviso non sono stata più capace e non ho più voluto raccontare nulla a nessuno. Sto bene. Tutto ok. Mentre cercavo di strappare quella cazzo di maglietta.

Ora ho capito. Allargo la mia maglietta un pochino alla volta, perché una parte di me sa che starò qui per un po'. E perché la parte di me che sa adattarsi mi dice adattati, allarga, sorridi. Sii felice. Non sei scema.

La maglietta si sta allargando, comincia ad adattarsi di nuovo alle mie spalle. Ogni tanto ci dormo così da sentirla più mia. Ogni tanto vorrei solo metterla e salire su un aereo, ma le cose non si risolvono mai scappando.

Le magliette, ogni tanto, vanno solo indossate con gentilezza.

venerdì 8 maggio 2015

Scoppiare

Non sono brava a parlare di cose che non mi interessano. Non sono nemmeno brava a sforzarmi di inventare un argomento per scrivere due righe su un foglio bianco che poi diventerà un post sul blog che poi verrà pubblicato quando non sono in vena di scrivere così voi che leggete non penserete che sono sparita, o peggio ancora, che non sappia più scrivere. 

Non sono brava a mentire. E quindi non ho scritto per tanto, molto, troppo tempo. Stare troppo tempo senza scrivere fa male, sapete, per chi scrive tanto. Fa male a chi usa la scrittura anche come mezzo per cercare di capire che cosa sta succedendo dentro la testa, perché dopo un po’ ci sono così tanti pensieri confusi e disordinati e così tante emozioni e così tante lacrime non versate e così tante arrabbiature trattenute e così tante cose che sono rimaste tutte insieme in un posto troppo a lungo che sembra che la testa ti scoppi. Le lacrime ti scoppiano. Le arrabbiature ti scoppiano. Le emozioni ti scoppiano perché non sei riuscita a raccontarle a nessuno e sembra che ogni volta che succede qualcosa, qualsiasi cosa, quel qualcosa sia enorme, gigantesco, insormontabile. Anche se quel qualcosa dovesse essere che hai scotto la pasta. 

Sei mesi senza scrivere sono tantissimi. E non è che in sei mesi io non abbia scritto niente. Ho almeno 10 bozze tenute lì ad aspettare, in attesa di non so cosa, in attesa che io mi svegli, in attesa che tutte quelle parole abbiano senso e non siano solo parole buttate lì a caso. Dieci bozze che aspettano. Le ho anche etichettate, hanno il titolo pronto, hanno anche una storia pronta. Ma non le ho mai pubblicate. 

Sei mesi senza scrivere e prima dai la colpa al fatto che sei tornata a casa dopo quasi un anno intero, dopo 345 giorni di lontananza dalla tua famiglia, e allora chi è che ha voglia di perdere tempo prezioso che potresti passare con tua nipote o a parlare con tua madre, o a ridere con le tue sorelle, o a chiacchierare con tuo padre, o a vedere i tuoi amici, per scrivere? E poi dai la colpa al fatto che devi ritornare dall’altra parte del mondo, e poi lì devi cercare un nuovo lavoro, e devi fare un nuovo visto e devi cercare di vivere la vita e farti nuovi amici e fare finta che niente ti turbi e chi ha tempo per scrivere qualcosa? E poi dai la colpa al fatto che forse non hai abbastanza cose da dire. Che alla fine non sai più con che angolo guardare le cose, forse non sei più divertente? Forse non sei più simpatica? Forse non sai più scrivere? Forse non sei mai stata capace? Forse.

Sei mesi sono tanti ma in realtà sono passati anche troppo velocemente e io ho cambiato casa, macchina, visto, ho messo via il costume e ho ricominciato a mettermi il cappotto ed è iniziato un altro inverno al contrario. Poi sono arrivati i miei genitori a trovarmi e hanno fatto tutte quelle maledette 28, 29, 30 ore di aereo che ci separano e tutti quei 16.000 km che stanno in mezzo a me e a loro e sono venuti per un mese intero, e dicevamo un mese è tantissimo, cosa faremo per un mese intero? Invece no, quel mese è volato, e io lunedì mi sono ritrovata di nuovo da sola, a 16.000 km da casa, a 28, 29, 30 ore di aereo perché qui sono contenta ma mannaggia a vivere in culo al mondo.

E loro sono partiti e la testa mi scoppiava, le lacrime mi scoppiavano, le parole mi scoppiavano e il cuore mi scoppiava.

Allora mi sono seduta, ho acceso il computer e ho ricominciato a scrivere. 

martedì 18 novembre 2014

Bipolarità a tratti

Dunque ormai sono undici mesi che non torno a casa. UNDICI. E per me sono tantissimi. Sono così tanti che ormai mi sento tagliata fuori da tutto e tutti, e le amiche mi mandano foto di amiche che si sposano e io non sapevo nemmeno si fossero fidanzate, o foto di bambini appena nati e io nemmeno sapevo che fossero stati concepiti.

In questi undici mesi lontano da casa i miei ormoni hanno fatto a cazzotti con i miei nervosismi, le lacrime si sono sprecate, le mie condizioni psicologiche sono state messe duramente alla prova da questo perenne stato di felicità da cui quest’isola gigante pare avvolta come per magia.
In questi mesi lontana da casa mi pare quasi di aver elaborato una forma di bipolarismo, che forse colpisce un po’ tutti noi che decidiamo di partire e vivere in un altro paese per lunghi periodi. O forse colpisce tutti gli espatriati in generale. O forse colpisce solo me? Colpisca chi vuole colpire, ma io sono undici mesi che mi sento confusa, e ho soprannominato questa confusione generale bipolarità dell’espatriato.

Ovviamente, il primo sintomo del bipolarismo dell’espatriato è l’alternanza tra giorni in cui la felicità è incontrollabile, e giorni in cui sono le lacrime ad essere incontrollabili. Nel mio caso, alterno momenti in cui guardo soddisfatta allo specchio la mia abbronzatura perenne pensando che sto piuttosto bene: "ho una casa grande, una stanza con un balcone sull’oceano, un fidanzato bello e surfista, un lavoro, poteva andarmi peggio,” a momenti in cui mi guardo allo specchio e, oltre a vedermi le prime rughe che il sole in Australia fa male e i raggi UVB e l’invecchiamento precoce e i capelli bianchi, penso anche di stare piuttosto male: “vivo sull’oceano ma non sono in città, il lavoro va bene ma potrebbe andare meglio, il fidanzato va bene ma è disordinato, mamma dove sei vienimi a prendere.”

Se già questo fatto di essere psicologicamente fragili e instabili destabilizza l'espatriato (e non vi dico quanto destabilizzi la sottoscritta che ormai piango anche davanti alla pubblicità per le pappine dei bambini), le incredibili incertezze grammaticali che insorgono dopo un lungo periodo lontano da casa sono ancora peggio.

Parlate voi inglese (o qualsiasi altra lingua straniera) 24 ore su 24, svegliatevi parlando in inglese, addormentatevi parlando in inglese, pensate in inglese, sognate in inglese, e poi vi verranno dubbi grammaticali nella vostra lingua madre degni dei vostri peggiori incubi. Avrete dubbi sulle c, sulle q, sul cq, sui verbi, sui significati delle parole, sugli accenti, sulle virgole. Ed essendo voi bipolari, avrete problemi anche con l’inglese: una mattina vi svegliate ed il vostro inglese sarà perfetto, nessuna incertezza nemmeno sulla pronuncia di beach o bitch; la mattina dopo vi sembrerà di essere regrediti e tornati alle medie a quella famosa lezione in cui la professoressa vi insegnava a pronunciare il TH con la penna tra i denti, e per dire qualcosa vorreste usare il vostro fedele amico Google.
Ed essendo voi bipolari, penserete in tutte e due le lingue. Vi chiederete cose in inglese e vi risponderete in italiano, e vi ritroverete come per magia a scrivere liste della spesa così formate:

acqua – toilet paper- prosciutto – toothpaste- bread – burro – nutella - juice.

Se gli sbalzi d'umore e gli errori grammaticali e la confusione linguistica non fossero abbastanza, grazie alla bipolarità dell'espatriato io faccio anche confusione con il cibo: passo settimane intere senza mangiare un piatto di pasta perché la pasta è troppo pesante, dicono gli australiani. Dico SETTIMANE senza pasta. Sono ormai mesi che non mangio più Pan di Stelle, che tanto fanno ingrassare, dicono gli australiani. MESI senza pan di stelle.

Alterno giorni in cui sorseggio skinny latte mangiando uova strapazzate con il bacon a colazione, nemmeno fossi bionda e australiana, e altri giorni in cui voglio solo la brioche e il cappuccino all'italiana e fanculo sto skinny latte che poi che cos'è, esiste solo il latte grasso e il latte di soia fa male e sa di cartone e dove sono i miei krapfen alla marmellata.
Mangio burrito dicendo che alla fine non sono male e poi di notte sogno il pranzo della domenica con le lasagne della mamma.
Mi chiedono se voglio assaggiare uno spider, una roba composta da limonata e una pallina di gelato alla vaniglia che io non avevo mai sentito nominare in vita mia, e prima dico ok magari lo assaggio, chissà come sarà ma sei sicura sia commestibile fa le bolle e la limonata è diventata tutta una pappetta orrenda, però ok, passami la cannuccia e poi tutto d'un tratto mentre sono lì lì per assaggiare il famoso spider ecco che arriva il bipolarismo, e come d'incanto mi ritrovo a dire: ma sei matta, sono ancora italiana, queste cose non le mangio. E, sempre per colpa della bipolarità, mi sono ritrovata a chiudere il discorso sulla limonata con il gelato rigorosamente in lingua originale, con un sonorosissimo CHE CAZZO.