giovedì 12 giugno 2014

Out of Office

Madre è una persona saggia, e allora prima mentre parlavamo su skype, oltre ad avermi detto che dovrei tagliarmi i capelli, mi ha anche detto: "vedi di scrivere qualcosa prima di partire, altrimenti pensano che tu abbia comprato un volo di sola andata per tornare a Londra, ok?"

No, non ho comprato un biglietto di sola andata per tornare nella mia cara vecchia gelida Albion. Sono ancora in questo emisfero dove ormai è arrivato l'inverno e dove in casa non c'è il riscaldamento, e quindi mi aggiro per casa con cappellino di lana in testa, babbucce pelose e il piumino addosso, perché fuori ci sono 16 gradi. Ma in soggiorno ce ne sono 8.
Quando poi questi stracazzo di paesi anglosassoni capiranno che il riscaldamento in casa ha una certa funzione, che è quella di non far gelare le persone, sarà un giorno bellissimo per tutti.

In queste settimane ho anche cercato di trovare il lato positivo nelle cose, perché ho scoperto che come posso vedere tutto così negativamente, posso anche vedere qualche cosa positivamente: qui ho un bel po' di amici, quello biondo ed io andiamo d'accordo, vivo in Australia e qui vicino c'è l'Asia. E io non sono mai stata in Asia. Forse dovrei partire.
E quindi ho prenotato un volo per Bali. E poi uno per la Malesia. E poi uno per la Thailandia. Perché viaggiare è una di quelle cose che mi sono sempre ripromessa di fare mentre stavo a Londra: no ma vengo a trovarti a Boston. Vengo a New York sicuramente. Domani sono a Ibiza. Dopodomani voglio partire e andare in Messico e poi invece non ho mai fatto niente perché costava tutto troppo e c'era sempre il mio affitto da pagare. Anche qui c'è l'affitto da pagare ma ho deciso che dovevo partire comunque.

A Bali sono già andata e anche già tornata, ed è stata una vacanza da favola: ho rivisto una parte della mia famiglia e sapete, dopo sei mesi e mezzo, è stato come rinascere. Mi sono ricordata che loro ci sono sempre e ci saranno sempre e comunque, anche se non li vedo spesso. E quando li rivedrò sarà ancora più bello di prima: avranno tante cose da raccontarmi e tanti abbracci da darmi.
Bali è un'isola fantastica (anche se non penso sia l'Asia più autentica, anzi) che ti regala tramonti incredibili, spiagge infinite, colori, fiori e profumi, una tranquillità che ti fa stare bene (sempre che non finiate a Kuta con tutti gli australiani in canotta a bere shot di tequila, o sempre che non andiate in macchina da una parte all'altra dell'isola; che con tutti quei motorini e i tassisti pazzi di tranquillo non c'è proprio nulla). Gli indonesiani sono sempre sorridenti, e non so se sia per farsi dare la mancia o se sorridano sul serio, ma uno dei tassisti pazzi che ci ha portati in giro ci ha detto che lui sorride alla vita e ho pensato aspetta un attimo, forse dovrei farlo anche io.

Domani parto alla volta della Malesia, destinazione isole sperdute in mezzo all'oceano. E poi Thailandia. E questo fatto di partire per un continente che non ho mai visto, di non sapere bene che cosa mi aspetti, questa cosa di partire un po' all'avventura, che nemmeno abbiamo prenotato una stanza su queste benedette isole malesi perché non c'è il telefono, beh, tutto questo è davvero felicità. E' elettrizzante.
Forse dovremmo farlo tutti più spesso.

Insomma, io parto per venti giorni. Ma poi torno a raccontarvi storie e avventure e blabla del caso.
Perché alla fine questa è casa mia.

martedì 27 maggio 2014

Il verbo mancare, il verbo mentire

"Dico sul serio, cosa ti manca? L'Europa, l'Italia? La tua famiglia? Mi farebbe piacere capire che cosa si prova a vivere lontani da casa per molto tempo."

"Vuoi veramente sapere cosa mi manca? Guarda che me l'hai chiesto tu, una volta iniziata la lista non si può fermare. E' un flusso di pensieri unico, perché quando dalle tue labbra esce la prima cosa che ti manca, ti vengono in mente tutte le altre, come se avessi fatto finta di non ascoltarle per tutto questo tempo.
Perché quando Google Maps ti dice che vivi a 16.151 km di distanza, molte volte devi fare finta di non sentire la mancanza, di non sentire quella cosa in fondo alla gola che ti fa venire gli occhi lucidi e quella voglia irrefrenabile di prenotare un volo e tornare a salutare tutti per qualche giorno. Perché devi essere forte, perché sei  felice ma sei così lontana. Così, fottutamente, lontana.

Mi manca la mia famiglia come non mi è mai mancata prima. Perché non avevo mai vissuto una famiglia in un altro paese. Non avevo mai visto genitori e figli abitare nello stesso posto che non fosse la mia città. Ed è più semplice quando vivi lontano e i tuoi amici sono nella tua stessa situazione, diventate voi la famiglia.
Quando non vedi è più facile. Quando non vedi, pensi meno. Qui vedo genitori abbracciare figli che sono miei amici. Qui vedo e vorrei abbracciare anche io, invece non posso e fa male.

Mi mancano i miei amici. Perché una sera vorrei uscire e parlare con persone che sanno tutto di me, e non dover sempre raccontare tutto da capo e rispondere a domande.
Mi mancano i miei amici perché qui si conoscono tutti da così tanto tempo e io? Che cosa faccio? Io e Giulio una volta... ah, già, ma voi non sapete chi è Giulio. Anche io e la Maria abbiamo... ah, già, non preoccuparti.

Mi manca girare per Londra e mi mancano i pub, quelli dove potresti passare tutta la domenica a bere vino rosso. Mi manca lo spritz. Mi manca anche la pizza quella buona, non quella con l'ananas o la salsa barbecue o con il pollo.
Mi manca camminare e vedere la bellezza delle città. Perché i grattacieli sono belli, ma non esageratamente. Mi manca pedalare sui ponti di Verona per andare a bere l'aperitivo che poi diventa una cena che poi diventa un dopo cena e poi eccomi lì di nuovo a pedalare alle 3 di mattina per tornare a casa, guardando tutto quello che ho visto per così tanto tempo e che ho sempre dato per scontato.
Mi manca il rumore dei taxi inglesi che corrono tutta la notte e te lo giuro che mi manca anche prendere la metro, e sentire la vocina che dice le fermate.
Mi manca prendere un aereo ed essere dove voglio in poco tempo.
Mi manca l'Europa, sì, mi manca terribilmente.

Mi manca mia nipote e tenere la sua manina nella mia mano, e leggerle le storie prima di andare a dormire; e mio nipote che rivedrò quando avrà un anno e due mesi, che ho lasciato quando aveva tre mesi, e chissà se mi riconoscerà?

Mi manca sentirmi del posto e non sentirmi così maledettamente fuori dal mondo. Mi manca sapere dove andare, cosa fare, avere un buon lavoro che non dipenda da uno stupido visto.

E ora penserai poverina. Ma io sapevo tutto questo già prima di partire, ero pronta ad affrontarlo, ma la realtà è che a volte è tutto più difficile di quanto immagini e si può essere felici da un lato, ma non proprio dall'altro.
E ora mi chiederai: sei infelice? E io ti dirò di no. Ma ci sono dei giorni in cui tutto mi manca così tanto che non posso fare a meno di piangere per un po', sotto la doccia, chiusa in camera mia, scappando via al momento giusto, così non se ne accorge nessuno e per tutti sono sempre contenta. Perché ogni tanto il verbo mancare fa rima con il verbo mentire."                                                                  
                                                                        -

"Dico sul serio, cosa ti manca? L'Europa, l'Italia? La tua famiglia? Mi farebbe piacere capire che cosa si prova a vivere lontani da casa per molto tempo."

"No davvero, te lo giuro: non mi manca quasi niente."

giovedì 1 maggio 2014

Supereroi e silenziatori

Nel mio mondo perfetto, quello in cui ho un lavoro incredibilmente ben pagato, che mi piace moltissimo e che mi permette di stare in vacanza 11 mesi su 12, mondo in cui sono anche alta 178 centimetri esatti, ho due cosce magre e snelle e dei capelli che mi stanno sempre a posto e ah, sì, sono sempre perfettamente depilata senza bisogno di andare dall'estetista; IN QUEL MONDO perfetto, la pizza non farebbe ingrassare e la gente sarebbe dotata di modalità silenzioso, da attivare nei momenti di bisogno.

Sarebbe tutto bellissimo.
Io sarei alta e avrei dei capelli fantastici e tutti noi avremmo il potere di zittire le persone.
Immaginatevi ad una riunione, il vostro capo parla, parla, e voi tac. Lo mettete in modalità silenzioso.
La vostra fidanzata non smette di parlare di matrimoni e bambini? Modalità silenzioso.
Il vostro fidanzato continua a parlare di calcio e playstation? Modalità silenzioso.
Una persona qualsiasi vi sta sui coglioni e continua a parlare? Modalità silenzioso.

Ma il tastino modalità silenzioso sarebbe utilissimo soprattutto con i famigerati supereroi della situazione, ovvero quelle persone che sanno sempre cosa dire, in ogni situazione, in ogni momento, in ogni singolo istante. E quello che dicono è quasi sempre la cosa sbagliata nel momento sbagliato.

I supereroi della situazione sono quelli che sanno sempre cosa state provando perché ci sono passati anche loro, e, vendendo la situazione dall'esterno, sanno essere lucidi e darvi consigli incredibili.
Se per esempio siete molto stressati o tutto sta andando per il verso sbagliato e voi non sapete più da che parte prendere, sono quelli che vi dicono: "Ma dai, non preoccuparti, rilassati." 
Certamente. E' così facile, perché non ci ho pensato prima, a rilassarmi, invece di restare qui a stressarmi?
Grazie, supereroe. Ora sì che mi sento meglio.

Loro sono anche quelli che, in momenti di grande agitazione tipo quando non trovate le chiavi di casa e siete in ritardo, o quando state andando ad un colloquio e vi siete rovesciati il caffè sulla camicia, esclamano ad alta voce: "BEH MA STAI TRANQUILLA! COSA TI AGITI!" 
Che cosa mi agito a fare! E' vero! Dovrei farmi una tazza di tè ed aspettare che tutto si risolva da solo!
Grazie, supereroe.

"Dai, che c'è di peggio nella vita" è una delle frasi più utilizzate del supereroe della situazione. E la cosa bella è che tutti sappiamo che nella vita c'è di peggio, che magari stiamo esagerando e la situazione non è così critica come la facciamo sembrare, ma chissà se a loro passa mai per la testa che in quel momento, in quel preciso momento, per noi non c'è niente di peggio se non quella situazione.

Ma la frase preferita in assoluto, il mantra del supereroe della situazione, la perla di saggezza snocciolata sempre nel momento più delicato e sbagliato, quella che ogni volta fa gelare il sangue nelle vene e paralizzare le cervella del povero malcapitato, quella frase è: "Su, forza e coraggio."
Forza e coraggio. Perché? Perché pensi che dirmi forza e coraggio possa essermi d'aiuto in qualche modo? Perché, supereroe, invece che dirmi forza e coraggio, non stai zitto?
E perché, invece di dirmi forza e coraggio, non mi compri un gin tonic? Magari due?

Grazie, supereroe. Ora sì che hai davvero capito la situazione.

giovedì 24 aprile 2014

Stranezze strayane

Dopo anni nella gelida Albion ero proprio convinta di sapere l'inglese.
Hai anche l'accento inglese quando parli in italiano, ormai ti abbiamo persa, dicevano le amiche.
Sono in vacazione, mi ritrovai a dire un giorno ad un amico, invece di dire che ero in vacanza.
In più, a consolidare quest'idea che io avessi finalmente imparato davvero l'inglese, c'era questa cosa di aver raggiunto alti livelli di comprensione dei vicini tossici scozzesi, di aver fatto grandi battute con i vicini londinesi tutto un innit (abbreviazione di isn't it, utilizzata da quelle personcine inglesi che vi immaginate voi, quelli con la tuta sotto il culo e le mutande in vista). E avevo anche imparato che nel mio tè, il latte va messo prima di togliere la bustina.
Insomma, io ero convinta di sapere l'inglese.

Poi mi sono trasferita in Australia.

Posto affascinante, l'Australia. Posto in cui invece di parlare inglese si parla una lingua a me sconosciuta, piena di abbreviazioni e storpiature e nuove parole che non avevo mai sentito prima, posto in cui insomma non so parlare l'inglese, ma continuo a guardare la gente con sguardo fiero, di chi sa, e occhi che dicono non ho capito nulla di quello che hai detto ho capito tutto quello che hai detto.

Perché il tutto mi risulti così difficile è facilmente spiegabile: gli australiani, oltre al surf e ai barbecue, hanno un'altra grande passione, abbreviare. Abbreviano tutto. Tutto.
Si parte dal facile G'DAY, buon giorno, si passa per il quasi complicato STRAYA, abbreviazione di Australia; si fa una breve sosta con degli AVOS o avocado; si da un g'day al POSTIE, o postino; si chiama il lavoro e si fa un SICKIE ovvero darsi malati; ci si mette comodi con dei TRACKIE o i pantaloni della tuta, poi si prende una FROTHIE o lattina di birra; e si arriva al TMR ARVO.
TMR ARVO? Scusa? Che cos'è, una sigla in codice, un partito politico, una malattia?
No, è semplicemente l'abbreviazione di tomorrow afternoon, domani pomeriggio.

Non bastasse questo fatto che gli australiani abbrevierebbero anche il non abbreviabile, mi usano anche parole di cui non sapevo nemmeno l'esistenza. O che semplicemente chiamavo in altri modi. Modi che il resto del mondo chiama inglese.

Un bacio appassionato dall'altra parte dell'emisfero si chiama una pash, da passionate, o grande passione e, appunto, grandi limoni. "Oh, mate, le hai dato un pash ieri arvo si o no?"
Un peperone si chiama capsicum, e non pepper. "Passami un casicum. Caspicum. Capicum, insomma passami un cazzo di peperone."
Una melanzana qui sotto si chiama come la chiamano gli americani, eggplant. Ma gli inglesi la chiamano come la chiamerebbero i francesi, aubergine. "Ti piacciono le aubergine?" "Le cosa?" "Le aubergine. Quelle verdure grandi violette... le aubergine." "Ma cos'è una cosa francese? Qui non ce l'abbiamo."
Un paio di infradito si chiama come si chiamano i tanga dall'altra parte del mondo, thongs. "Porti le thongs?" "I tanga? No in realtà li trovo un po' scomodi." "Intendevo le infradito."
In questo benedetto paese, ogni stato ha un modo diverso di chiamare le misure di una birra. Ogni. Stato. Un. Nome. Diverso. "Come la vuoi la birra: una pot, uno schooner, un pony o uno schmiddy?" "La seconda? La prima? Un gin tonic?"
E sapete che cos'è un hotel, in questo paese? HOTEL? Un hotel non è un hotel. E' un pub.
E Maccas, detto anche mackers, che cosa potrebbe essere? Nient'altro che McDonald's.

Non bastasse nemmeno questo fatto che gli australiani amano abbreviare e utilizzano parole sconosciute al resto del mondo, hanno anche dei modi di dire tutti loro:
No dramas! Nessun problema!
Good onya! Ben fatto!
Sick mate! Fighissimo amico!
Chuck a u-T! Effettua un'inversione ad U!
Take the UTE! Utilizza lo UTE; famosissimo mezzo di trasporto australiano!

Ora potete capire benissimo che, una volta arrivati al piano di sotto dell'emisfero, potreste essere assaliti da dubbi incredibili sulla vostra conoscenza dell'inglese, e vi potreste ritrovare a dover chiedere alla cameriera che cosa intende con TRAYE, perché non so cosa sia, scusami. Un TRAAAYE? No guarda, scusa, non conosco nessun Traaaye. Un T-R-A-Y- VASSOIO. Ah, un vassoio. Ma allora chi era Traaaye?

Nonostante questo sono sicura che, dopo aver letto questo post, avrete capito tutto quello che serve sulla lingua parlata in questo continente. E allora sick mate! Ci vediamo domani arvo, da mackers, prendete lo UTE, mettetevi i trakie, portate le frothie e gli avos, i capsicum, e ah, sì, un dizionario inglese-australiano.