giovedì 31 luglio 2014

Storie d'amore del cazzo

(E' un periodo un po' così, e penso si veda: non scrivo da una vita. Ho tante idee e molto confuse, e quando le idee sono tante e sono confuse, il più delle volte non esce niente di buono. Ma un po' di tempo fa mi sono svegliata e ho scritto questa storia di non amore, che è un po' vera, e un po' no, un po' realmente accaduta, un po' romanzata, e insomma ho pensato che mentre mi chiarisco le idee, e trovo del tempo per scrivere qualcosa di decente, magari potevo pubblicare questa storia e leggere cosa ne pensate, se vi ha fatto schifo o se vi è piaciuta, o che ne so. 
Torno presto, nel frattempo, eccovi la prima storia d'amore del cazzo.)

Se tu non fossi stato uno stronzo, la nostra storia d’amore sarebbe andata benissimo. Per qualche tempo, magari per un mese, magari un anno, mai per sempre perché c'erano cose di te che non mi piacevano già all'inizio e allora figurati quelle cose che non ti piacciono all'inizio di una relazione come diventano alla fine, si ingigantiscono, ti infastidiscono, ti danno il nervoso fino alla radice dei capelli che ti vibra anche il cervello; insomma non so per quanto tempo sarebbe durata, ma probabilmente sarebbe stata una bella storia.

Alla fine il tempo da cui ci conoscevamo si contava su due mani, così come si contavano su due mani più altre due mani tutte le volte che ad ogni festa in cui ci rivedevamo restavamo a parlare per ore di chissà che cosa, nemmeno mi ricordo, e tu mi riempivi il bicchiere di birra, e poi tutto ad un tratto mi dicevi “Vieni un secondo di là che ti devo far vedere una cosa”, e io sapevo che cosa si nascondeva in quella frase, e mi prendevi per mano e poi appena eravamo nascosti da tutti mi stampavi uno di quei baci di film, quelli che  le mani non sono sul culo o da qualche altra parte, quei baci che le mani sono sul viso. Quei baci che quando hai diciotto anni alla fine ti sembra che qualcosa ci sia davvero.

Poi sono passati gli anni, ci siamo persi di vista, e io in quegli anni ho preso strade che non sapevo dove mi avrebbero portato, mi sono innamorata, ho conosciuto tanta gente, ho passato serate in giro per Bologna pensando che la vita fosse tutta lì, e poi ho capito che dovevo andarmene da tutto e mi sono trasferita in un’altra città. Una città lontana ma non troppo, a vivere di nuovo. Senza sapere dove fossi tu.
E poi un giorno, mentre pedalavo per quella città, nemmeno ti pensavo, non ti pensavo da un bel po’, non sapevo nemmeno dove fossi, ti ho visto. Dall'altra parte della strada. Sorridevi. A chi sta sorridendo, impossibile che mi abbia riconosciuto, non ci vediamo da anni. Sorridevi. A me. 
Mi sono fermata e ho pensato chissà che cazzo di faccia ho, che pedalo da mezz'ora, ho l’ascella pezzata sicuramente e magari oddio, magari puzzo? Ma a te che te ne fregava, non avevo nemmeno fatto in tempo a mettere giù la bici e già mi stavi abbracciando.

Ci siamo seduti in un pub in un pomeriggio di giugno e abbiamo ordinato una bottiglia di vino. E io dicevo dai, sono le tre di pomeriggio, cosa ordini una bottiglia di bianco, non è un po' troppo? E tu mi hai chiesto se avevo di meglio da fare, dovrei studiare ma in realtà no, non mi pare di avere di meglio da fare, ti avevo risposto io. 
Siamo stati cinque ore a parlare e a bere vino bianco, il sole non c’era più quando mi hai dato uno di quei baci che mi davi quando eravamo piccoli alle feste. E io ho pensato che ti amavo. Forse ti avevo sempre amato e avevo sempre fatto finta di niente o forse aspetta un attimo ho bevuto una bottiglia intera di prosecco non è che magari è quello? No, no, io ti amavo, prosecco o no. Ti amavo perché a prescindere da tutto, com'è possibile che due persone si incontrino dopo anni in una città come Londra, per puro caso, e si vedano e si sorridano, quelle due tra dodici milioni di persone, il traffico e il mio casco in testa?

Siamo andati in macchina fino a casa tua e tu mi tenevi per mano mentre guidavi, tutto il tempo, e io pensavo che forse l’amore era quello, e non addormentarsi nello stesso letto girati uno da una parte e l’altro dall'altra dicendosi buonanotte senza sentimenti. Altro vino, altri baci, e le tue parole perfette che chissà se te le eri imparate a memoria da qualche film, perché sembravano prese da un film: ora che ti ho trovato non ti lascio più, dove sei stata tutto questo tempo, io lo sapevo che tra noi c’è sempre stato qualcosa.

Il giorno dopo ero felice. Felice che tutta quella tristezza che avevo addosso da un po' sembrava sparita, volevo alzarmi, ballare, correre e vederti e dirti che avevi ragione, che c'era sempre stato qualcosa tra di noi da quella sera a quella festa in cui mi avevi rovesciato una birra addosso e mi avevi prestato la tua maglietta per tornare a casa, che tra di noi c'era qualcosa sul serio e che sì, io non volevo lasciarti mai più.
Allora ti ho chiamato e ti ho detto vediamoci, e tu mi hai detto oggi non posso, vediamoci domani alle 18 su quella panchina sotto l'albero con le luci in fondo a Southbank, vicino allo skate park, magari porta una bottiglia di vino, così guardiamo il tramonto, amore mio.

Io sono arrivata alle 18.15, perché ho pensato che così non sarei arrivata per prima e non sarei rimasta lì ad aspettarti se fossi stato in ritardo, e perché insomma non volevo farti capire subito tutto. Se fossi stata seduta su quella panchina alle 18 avrebbe voluto dire che non vedevo l’ora di vederti, ed era vero, ma non volevo che tu lo sapessi.

Alle 18.45 tu ancora non c’eri. Ti ho scritto un messaggio: dove sei? Non hai risposto. 
Alle 19 ero ancora seduta con la mia bottiglia di vino bianco ora bevuta per metà, e tutta la gente intorno a me guardava il tramonto ridendo, bevendo, baciando. Il cielo era rosa, nemmeno una nuvola, non capita spesso qui, dove sei finito, ti sbrighi, ti stai perdendo tutto. Stai perdendo me. Stai perdendo noi, forse, se davvero esiste questo noi. Di sicuro ti sto finendo il vino, brutto cretino.

Alle 19.30 mi hai scritto un messaggio: “Scusami, amore, è che penso che non è la cosa giusta. Se dovrei stare con te ora non sarei me stesso.”

E io ho letto il messaggio. L’ho riletto. E mi sono messa a ridere, tanto, tantissimo, e ho cominciato a piangere che non so ancora se fosse di felicità o di tristezza o perché ancora prima di leggere il tuo messaggio avevo finito il vino bianco.


E poi ti ho risposto: “Scusami, amore, ma hai sbagliato il congiuntivo. E poi scusami, amore, ma vaffanculo.”

giovedì 12 giugno 2014

Out of Office

Madre è una persona saggia, e allora prima mentre parlavamo su skype, oltre ad avermi detto che dovrei tagliarmi i capelli, mi ha anche detto: "vedi di scrivere qualcosa prima di partire, altrimenti pensano che tu abbia comprato un volo di sola andata per tornare a Londra, ok?"

No, non ho comprato un biglietto di sola andata per tornare nella mia cara vecchia gelida Albion. Sono ancora in questo emisfero dove ormai è arrivato l'inverno e dove in casa non c'è il riscaldamento, e quindi mi aggiro per casa con cappellino di lana in testa, babbucce pelose e il piumino addosso, perché fuori ci sono 16 gradi. Ma in soggiorno ce ne sono 8.
Quando poi questi stracazzo di paesi anglosassoni capiranno che il riscaldamento in casa ha una certa funzione, che è quella di non far gelare le persone, sarà un giorno bellissimo per tutti.

In queste settimane ho anche cercato di trovare il lato positivo nelle cose, perché ho scoperto che come posso vedere tutto così negativamente, posso anche vedere qualche cosa positivamente: qui ho un bel po' di amici, quello biondo ed io andiamo d'accordo, vivo in Australia e qui vicino c'è l'Asia. E io non sono mai stata in Asia. Forse dovrei partire.
E quindi ho prenotato un volo per Bali. E poi uno per la Malesia. E poi uno per la Thailandia. Perché viaggiare è una di quelle cose che mi sono sempre ripromessa di fare mentre stavo a Londra: no ma vengo a trovarti a Boston. Vengo a New York sicuramente. Domani sono a Ibiza. Dopodomani voglio partire e andare in Messico e poi invece non ho mai fatto niente perché costava tutto troppo e c'era sempre il mio affitto da pagare. Anche qui c'è l'affitto da pagare ma ho deciso che dovevo partire comunque.

A Bali sono già andata e anche già tornata, ed è stata una vacanza da favola: ho rivisto una parte della mia famiglia e sapete, dopo sei mesi e mezzo, è stato come rinascere. Mi sono ricordata che loro ci sono sempre e ci saranno sempre e comunque, anche se non li vedo spesso. E quando li rivedrò sarà ancora più bello di prima: avranno tante cose da raccontarmi e tanti abbracci da darmi.
Bali è un'isola fantastica (anche se non penso sia l'Asia più autentica, anzi) che ti regala tramonti incredibili, spiagge infinite, colori, fiori e profumi, una tranquillità che ti fa stare bene (sempre che non finiate a Kuta con tutti gli australiani in canotta a bere shot di tequila, o sempre che non andiate in macchina da una parte all'altra dell'isola; che con tutti quei motorini e i tassisti pazzi di tranquillo non c'è proprio nulla). Gli indonesiani sono sempre sorridenti, e non so se sia per farsi dare la mancia o se sorridano sul serio, ma uno dei tassisti pazzi che ci ha portati in giro ci ha detto che lui sorride alla vita e ho pensato aspetta un attimo, forse dovrei farlo anche io.

Domani parto alla volta della Malesia, destinazione isole sperdute in mezzo all'oceano. E poi Thailandia. E questo fatto di partire per un continente che non ho mai visto, di non sapere bene che cosa mi aspetti, questa cosa di partire un po' all'avventura, che nemmeno abbiamo prenotato una stanza su queste benedette isole malesi perché non c'è il telefono, beh, tutto questo è davvero felicità. E' elettrizzante.
Forse dovremmo farlo tutti più spesso.

Insomma, io parto per venti giorni. Ma poi torno a raccontarvi storie e avventure e blabla del caso.
Perché alla fine questa è casa mia.

martedì 27 maggio 2014

Il verbo mancare, il verbo mentire

"Dico sul serio, cosa ti manca? L'Europa, l'Italia? La tua famiglia? Mi farebbe piacere capire che cosa si prova a vivere lontani da casa per molto tempo."

"Vuoi veramente sapere cosa mi manca? Guarda che me l'hai chiesto tu, una volta iniziata la lista non si può fermare. E' un flusso di pensieri unico, perché quando dalle tue labbra esce la prima cosa che ti manca, ti vengono in mente tutte le altre, come se avessi fatto finta di non ascoltarle per tutto questo tempo.
Perché quando Google Maps ti dice che vivi a 16.151 km di distanza, molte volte devi fare finta di non sentire la mancanza, di non sentire quella cosa in fondo alla gola che ti fa venire gli occhi lucidi e quella voglia irrefrenabile di prenotare un volo e tornare a salutare tutti per qualche giorno. Perché devi essere forte, perché sei  felice ma sei così lontana. Così, fottutamente, lontana.

Mi manca la mia famiglia come non mi è mai mancata prima. Perché non avevo mai vissuto una famiglia in un altro paese. Non avevo mai visto genitori e figli abitare nello stesso posto che non fosse la mia città. Ed è più semplice quando vivi lontano e i tuoi amici sono nella tua stessa situazione, diventate voi la famiglia.
Quando non vedi è più facile. Quando non vedi, pensi meno. Qui vedo genitori abbracciare figli che sono miei amici. Qui vedo e vorrei abbracciare anche io, invece non posso e fa male.

Mi mancano i miei amici. Perché una sera vorrei uscire e parlare con persone che sanno tutto di me, e non dover sempre raccontare tutto da capo e rispondere a domande.
Mi mancano i miei amici perché qui si conoscono tutti da così tanto tempo e io? Che cosa faccio? Io e Giulio una volta... ah, già, ma voi non sapete chi è Giulio. Anche io e la Maria abbiamo... ah, già, non preoccuparti.

Mi manca girare per Londra e mi mancano i pub, quelli dove potresti passare tutta la domenica a bere vino rosso. Mi manca lo spritz. Mi manca anche la pizza quella buona, non quella con l'ananas o la salsa barbecue o con il pollo.
Mi manca camminare e vedere la bellezza delle città. Perché i grattacieli sono belli, ma non esageratamente. Mi manca pedalare sui ponti di Verona per andare a bere l'aperitivo che poi diventa una cena che poi diventa un dopo cena e poi eccomi lì di nuovo a pedalare alle 3 di mattina per tornare a casa, guardando tutto quello che ho visto per così tanto tempo e che ho sempre dato per scontato.
Mi manca il rumore dei taxi inglesi che corrono tutta la notte e te lo giuro che mi manca anche prendere la metro, e sentire la vocina che dice le fermate.
Mi manca prendere un aereo ed essere dove voglio in poco tempo.
Mi manca l'Europa, sì, mi manca terribilmente.

Mi manca mia nipote e tenere la sua manina nella mia mano, e leggerle le storie prima di andare a dormire; e mio nipote che rivedrò quando avrà un anno e due mesi, che ho lasciato quando aveva tre mesi, e chissà se mi riconoscerà?

Mi manca sentirmi del posto e non sentirmi così maledettamente fuori dal mondo. Mi manca sapere dove andare, cosa fare, avere un buon lavoro che non dipenda da uno stupido visto.

E ora penserai poverina. Ma io sapevo tutto questo già prima di partire, ero pronta ad affrontarlo, ma la realtà è che a volte è tutto più difficile di quanto immagini e si può essere felici da un lato, ma non proprio dall'altro.
E ora mi chiederai: sei infelice? E io ti dirò di no. Ma ci sono dei giorni in cui tutto mi manca così tanto che non posso fare a meno di piangere per un po', sotto la doccia, chiusa in camera mia, scappando via al momento giusto, così non se ne accorge nessuno e per tutti sono sempre contenta. Perché ogni tanto il verbo mancare fa rima con il verbo mentire."                                                                  
                                                                        -

"Dico sul serio, cosa ti manca? L'Europa, l'Italia? La tua famiglia? Mi farebbe piacere capire che cosa si prova a vivere lontani da casa per molto tempo."

"No davvero, te lo giuro: non mi manca quasi niente."

giovedì 1 maggio 2014

Supereroi e silenziatori

Nel mio mondo perfetto, quello in cui ho un lavoro incredibilmente ben pagato, che mi piace moltissimo e che mi permette di stare in vacanza 11 mesi su 12, mondo in cui sono anche alta 178 centimetri esatti, ho due cosce magre e snelle e dei capelli che mi stanno sempre a posto e ah, sì, sono sempre perfettamente depilata senza bisogno di andare dall'estetista; IN QUEL MONDO perfetto, la pizza non farebbe ingrassare e la gente sarebbe dotata di modalità silenzioso, da attivare nei momenti di bisogno.

Sarebbe tutto bellissimo.
Io sarei alta e avrei dei capelli fantastici e tutti noi avremmo il potere di zittire le persone.
Immaginatevi ad una riunione, il vostro capo parla, parla, e voi tac. Lo mettete in modalità silenzioso.
La vostra fidanzata non smette di parlare di matrimoni e bambini? Modalità silenzioso.
Il vostro fidanzato continua a parlare di calcio e playstation? Modalità silenzioso.
Una persona qualsiasi vi sta sui coglioni e continua a parlare? Modalità silenzioso.

Ma il tastino modalità silenzioso sarebbe utilissimo soprattutto con i famigerati supereroi della situazione, ovvero quelle persone che sanno sempre cosa dire, in ogni situazione, in ogni momento, in ogni singolo istante. E quello che dicono è quasi sempre la cosa sbagliata nel momento sbagliato.

I supereroi della situazione sono quelli che sanno sempre cosa state provando perché ci sono passati anche loro, e, vendendo la situazione dall'esterno, sanno essere lucidi e darvi consigli incredibili.
Se per esempio siete molto stressati o tutto sta andando per il verso sbagliato e voi non sapete più da che parte prendere, sono quelli che vi dicono: "Ma dai, non preoccuparti, rilassati." 
Certamente. E' così facile, perché non ci ho pensato prima, a rilassarmi, invece di restare qui a stressarmi?
Grazie, supereroe. Ora sì che mi sento meglio.

Loro sono anche quelli che, in momenti di grande agitazione tipo quando non trovate le chiavi di casa e siete in ritardo, o quando state andando ad un colloquio e vi siete rovesciati il caffè sulla camicia, esclamano ad alta voce: "BEH MA STAI TRANQUILLA! COSA TI AGITI!" 
Che cosa mi agito a fare! E' vero! Dovrei farmi una tazza di tè ed aspettare che tutto si risolva da solo!
Grazie, supereroe.

"Dai, che c'è di peggio nella vita" è una delle frasi più utilizzate del supereroe della situazione. E la cosa bella è che tutti sappiamo che nella vita c'è di peggio, che magari stiamo esagerando e la situazione non è così critica come la facciamo sembrare, ma chissà se a loro passa mai per la testa che in quel momento, in quel preciso momento, per noi non c'è niente di peggio se non quella situazione.

Ma la frase preferita in assoluto, il mantra del supereroe della situazione, la perla di saggezza snocciolata sempre nel momento più delicato e sbagliato, quella che ogni volta fa gelare il sangue nelle vene e paralizzare le cervella del povero malcapitato, quella frase è: "Su, forza e coraggio."
Forza e coraggio. Perché? Perché pensi che dirmi forza e coraggio possa essermi d'aiuto in qualche modo? Perché, supereroe, invece che dirmi forza e coraggio, non stai zitto?
E perché, invece di dirmi forza e coraggio, non mi compri un gin tonic? Magari due?

Grazie, supereroe. Ora sì che hai davvero capito la situazione.