mercoledì 29 ottobre 2014

Cuore di pietra

La prima volta che ti ho visto era agosto del 2012. Io avevo il cuore di pietra perché quello vero me l’aveva distrutto quello stronzo che mentre stava con me viveva con un'altra. Io avevo il cuore di pietra e non volevo innamorarmi di nessun altro. Nessuno. Non volevo nessuno, non volevo preoccuparmi, non volevo pensieri, non volevo l’amore, non volevo fidarmi. Io non volevo nessuno. Non volevo nessuno ma tu eri decisamente carino.

La prima volta che ti ho visto avevo finito di lavorare in quell’ufficio maledetto ed ero corsa a casa a cambiarmi da quella camicia che non mi faceva respirare e da quella giacca che solo a guardarla mi ricordava il ticchettio delle tastiere, e le pause pranzo seduta alla mia scrivania, e il Tesco vicino all’ufficio con il barbone seduto davanti all'entrata che mi mandava a fare in culo tutte le volte che mi vedeva perché non gli piacevo. “Senti ti porto un caffè ma non mi mandare più a fanculo.” “Non lo voglio il tuo caffè.”
Ero corsa a cambiarmi perché avevo deciso di cambiare tutto, perché avevo capito che piuttosto di passare un altro giorno a ticchettare su quella tastiera e a sentirmi infelice, anche se con le vacanze pagate e uno stipendio mensile e un lavoro che avevo sempre voluto, piuttosto di essere infelice con un bel lavoro, io volevo essere felice. Io volevo sentire il sangue scorrere nelle mie gambe e non il formicolio di quando stai seduta troppo tempo. Io volevo cambiare.

La prima volta che ti ho visto avevo dormito tre ore la sera prima, ma non perché fossi andata a fare casino da qualche parte, perché non riuscivo più a dormire. Non dormivo decentemente da due mesi, la Valeriana non funziona, il Valium non lo voglio prendere che altrimenti non mi sveglio più, e allora passavo le notti a fissare il muro, a sentire il rumore di Londra fuori dalla finestra, i taxi, le risate di qualcuno, gli autobus con i freni che sembrano dinosauri. Fissavo il muro e pensavo.

La prima volta che ti ho visto ho pensato che eri davvero bello e che io avevo le occhiaie e i capelli brutti e tu non mi avresti mai baciata.

La prima volta che ci siamo baciati mi ricordo i tuoi amici che mi chiedevano se volevo trasferirmi in Australia, e tu che mi raccontavi di voler andare in Sud America e io che ti dicevo vengo anche io, che me ne frega, che cosa lascio qui, una stanza, otto scatoloni, vengo anche io. E mi ricordo i tuoi jeans verdi e il rum e cola.  

La prima volta che ci siamo baciati sono tornata a casa e ho dormito. Ho dormito nove ore filate. E il giorno dopo il mio cuore di pietra aveva una piccola, piccola crepa giusto al centro.
E quella piccola crepa è diventata grande in fretta, e tutto d'un tratto il mio cuore di pietra non c’era più, e c’eravamo io e te. Io e te a Londra. E poi io e te a sopravvivere tra il freddo, il vento e gli scozzesi a Edimburgo. E poi io e te a prendere il sole sulla spiaggia, a fare il barbecue con i tuoi amici e a decidere in quale parte della stanza dovevamo mettere il letto, a Melbourne.

La prima volta che ti ho visto era agosto del 2012.  Io avevo il cuore di pietra e tu mi sembravi così carino.

La prima volta che ti ho visto era agosto del 2012. Io non volevo nessuno, non volevo innamorarmi, non volevo pensieri, non volevo fidarmi, non volevo nessuno.
Poi ho visto te.

giovedì 21 agosto 2014

Tinteggiando rosa fluo

Compiti per tutti: immaginate che la vostra vita sia un maglione. Immaginate la vostra vita ovunque voi siate, con il vostro lavoro, le vostre abitudini, insomma tutto quello che conoscete sotto forma di maglione. Diciamo che il maglione della vostra vita sia di colore nero, che va bene con tutto, che smagrisce, che comunque è un bel colore elegante e voi siete fieri di avere un maglione di vita color nero. 
Ora immaginate che un giorno, spinti dalle migliori intenzioni, decidiate di mettere il maglione in lavatrice con del rosa, per renderlo un po' più vivace. Ma forse il colore era troppo, o avete sbagliato il lavaggio e, come d'incanto, il maglione della vostra vita di nero non ha più nulla: è uscito dalla lavatrice rosa. Rosa fluo. Così rosa che come cazzo è successo che la mia vita da nera sia diventata rosa fluo?

Avete immaginato tutto questo? Questo è, metaforicamente parlando, quello che si prova a trasferirsi in Australia. Perché l'Australia non è solo in un altro emisfero. E' proprio un altro pianeta. 
Sono otto mesi e mezzo che vivo al piano di sotto del mondo e non ho ancora capito se mi piaccia o no, se odio tutti o amo tutti, se questa cosa di sentire l’oceano da camera mia mi piaccia davvero o se prima o poi impazzirò e uscirò dal davanzale a inveire contro le onde. 

Mentre tento di capire che sentimenti provo per l'Australia, se grande amore o grande odio, cerco in tutti i modi di integrarmi, rivedendo quello che la vecchia Albion mi aveva insegnato, e tinteggiando tratti di rosa a caso sulla mia vita nera, cercando di imparare ad essere un po' meno albionica e un po' più straiana.

Se dagli inglesi avevo imparato a parlare educatamente, a dire Sir e Madam, "I beg you pardon" quando non capivo una cosa, a parlare con quel bell'accento inglese che mi portava a pronunciare tutte le T nella parola butter, ora invece tinteggio di rosa e abbrevio tutto, storpio le parole e pronuncio butter BUTTA, come butta l'inglese nel cesso e prenditi questo accento australiano. E così come abbrevio tutto ora non dico più "I beg you pardon", chiedo scusa, ma "WHACHYASAYINGMATE?" cosa dici fratello?
Si, dici di tinteggiare di più, scusa, hai ragione, tinteggio e dimentico i miei amici inglesi.

Ignorare il prossimo e farsi i fatti propri è un'altra cosa che gli inglesi mi avevano insegnato benissimo. Essere gentili, sì, ma farsi i fatti propri. Sorridere, ma a denti stretti. 
Nella mia vita rosa fluo, io mi faccio i fatti di tutti e tutti si fanno i fatti miei. Tutti si fanno i fatti miei perché qui sotto siamo tutti amici e se non chiedi i programmi per il weekend alla cassiera del supermercato sei una brutta cafona. Tutti, inoltre, ci tengono a sapere come sta il prossimo, e allora è sempre un chiedere come stai: come stai, cane, hai programmi per il weekend? Come stai, signore, che cos'ha fatto oggi? Come stai, signora, è andata a yoga stamattina? Come stai, macchina, ti senti bene, ti andrebbe di portarmi al lavoro? Come stai, vita nera, stai diventando più rosa e più socievole?

La mia vita nera era anche una vita piuttosto non sana e non equilibrata. Andava d’accordo con andare a dormire tardi la sera e svegliarsi tardi la mattina, uscire tutte le sere, concerti, feste, balli scatenati.
Ora è tutto il contrario: la mia vita rosa beve solo nel weekend, che qui durante la settimana non si esce; la mia vita rosa fa Pilates e le flessioni e gli squat tre volte la settimana che se non fai sport, di preciso, cosa fai in Australia? La mia vita rosa si sveglia alle 6 di mattina e va a lavorare alle 7 e alle 23.30 ha così sonno che le si chiudono gli occhi e il libro che sta leggendo le cade in faccia, e secondo me è la vita nera che le dice di restare sveglia, perché chi, chi va a dormire alle 23.30?

Se Albione mi aveva fatto crescere e la Scozia mi aveva riempito di una buona dose di cinismo, l'Australia mi sta cambiando tutta la vita. Mi sta cambiando anche il guardaroba, che ora mi piacciono le magliette a fiori e le cose colorate e ieri ho comprato un paio di pantaloncini leopardati che chissà dove li metterò.
E non ascolto più gli Smith come facevo prima, perché qui c'è il sole anche quando è pieno inverno ed è come snaturarli e portarli in un posto troppo colorato per loro. E non mi metto più il cappotto nero che tanto usavo, perché qui c'è caldo anche quando fa freddo. E bevo meno gin tonic perché qui una bottiglia costa come un biglietto aereo andata ritorno Verona-Londra.

Così tinteggio la mia vita rosa fluo perché io qui ci vivo, e ci vivrò almeno per un po', e dovrò pur cercare di capire il posto in cui vivo, no?
E dato che non posso restare vestita di nero per sempre, sabato sera alla festa metterò anche i pantaloncini leopardati, ma la vodka lime e soda ve la bevete voi, amiche bionde australiane.
Io porto il gin.

giovedì 31 luglio 2014

Storie d'amore del cazzo

(E' un periodo un po' così, e penso si veda: non scrivo da una vita. Ho tante idee e molto confuse, e quando le idee sono tante e sono confuse, il più delle volte non esce niente di buono. Ma un po' di tempo fa mi sono svegliata e ho scritto questa storia di non amore, che è un po' vera, e un po' no, un po' realmente accaduta, un po' romanzata, e insomma ho pensato che mentre mi chiarisco le idee, e trovo del tempo per scrivere qualcosa di decente, magari potevo pubblicare questa storia e leggere cosa ne pensate, se vi ha fatto schifo o se vi è piaciuta, o che ne so. 
Torno presto, nel frattempo, eccovi la prima storia d'amore del cazzo.)

Se tu non fossi stato uno stronzo, la nostra storia d’amore sarebbe andata benissimo. Per qualche tempo, magari per un mese, magari un anno, mai per sempre perché c'erano cose di te che non mi piacevano già all'inizio e allora figurati quelle cose che non ti piacciono all'inizio di una relazione come diventano alla fine, si ingigantiscono, ti infastidiscono, ti danno il nervoso fino alla radice dei capelli che ti vibra anche il cervello; insomma non so per quanto tempo sarebbe durata, ma probabilmente sarebbe stata una bella storia.

Alla fine il tempo da cui ci conoscevamo si contava su due mani, così come si contavano su due mani più altre due mani tutte le volte che ad ogni festa in cui ci rivedevamo restavamo a parlare per ore di chissà che cosa, nemmeno mi ricordo, e tu mi riempivi il bicchiere di birra, e poi tutto ad un tratto mi dicevi “Vieni un secondo di là che ti devo far vedere una cosa”, e io sapevo che cosa si nascondeva in quella frase, e mi prendevi per mano e poi appena eravamo nascosti da tutti mi stampavi uno di quei baci di film, quelli che  le mani non sono sul culo o da qualche altra parte, quei baci che le mani sono sul viso. Quei baci che quando hai diciotto anni alla fine ti sembra che qualcosa ci sia davvero.

Poi sono passati gli anni, ci siamo persi di vista, e io in quegli anni ho preso strade che non sapevo dove mi avrebbero portato, mi sono innamorata, ho conosciuto tanta gente, ho passato serate in giro per Bologna pensando che la vita fosse tutta lì, e poi ho capito che dovevo andarmene da tutto e mi sono trasferita in un’altra città. Una città lontana ma non troppo, a vivere di nuovo. Senza sapere dove fossi tu.
E poi un giorno, mentre pedalavo per quella città, nemmeno ti pensavo, non ti pensavo da un bel po’, non sapevo nemmeno dove fossi, ti ho visto. Dall'altra parte della strada. Sorridevi. A chi sta sorridendo, impossibile che mi abbia riconosciuto, non ci vediamo da anni. Sorridevi. A me. 
Mi sono fermata e ho pensato chissà che cazzo di faccia ho, che pedalo da mezz'ora, ho l’ascella pezzata sicuramente e magari oddio, magari puzzo? Ma a te che te ne fregava, non avevo nemmeno fatto in tempo a mettere giù la bici e già mi stavi abbracciando.

Ci siamo seduti in un pub in un pomeriggio di giugno e abbiamo ordinato una bottiglia di vino. E io dicevo dai, sono le tre di pomeriggio, cosa ordini una bottiglia di bianco, non è un po' troppo? E tu mi hai chiesto se avevo di meglio da fare, dovrei studiare ma in realtà no, non mi pare di avere di meglio da fare, ti avevo risposto io. 
Siamo stati cinque ore a parlare e a bere vino bianco, il sole non c’era più quando mi hai dato uno di quei baci che mi davi quando eravamo piccoli alle feste. E io ho pensato che ti amavo. Forse ti avevo sempre amato e avevo sempre fatto finta di niente o forse aspetta un attimo ho bevuto una bottiglia intera di prosecco non è che magari è quello? No, no, io ti amavo, prosecco o no. Ti amavo perché a prescindere da tutto, com'è possibile che due persone si incontrino dopo anni in una città come Londra, per puro caso, e si vedano e si sorridano, quelle due tra dodici milioni di persone, il traffico e il mio casco in testa?

Siamo andati in macchina fino a casa tua e tu mi tenevi per mano mentre guidavi, tutto il tempo, e io pensavo che forse l’amore era quello, e non addormentarsi nello stesso letto girati uno da una parte e l’altro dall'altra dicendosi buonanotte senza sentimenti. Altro vino, altri baci, e le tue parole perfette che chissà se te le eri imparate a memoria da qualche film, perché sembravano prese da un film: ora che ti ho trovato non ti lascio più, dove sei stata tutto questo tempo, io lo sapevo che tra noi c’è sempre stato qualcosa.

Il giorno dopo ero felice. Felice che tutta quella tristezza che avevo addosso da un po' sembrava sparita, volevo alzarmi, ballare, correre e vederti e dirti che avevi ragione, che c'era sempre stato qualcosa tra di noi da quella sera a quella festa in cui mi avevi rovesciato una birra addosso e mi avevi prestato la tua maglietta per tornare a casa, che tra di noi c'era qualcosa sul serio e che sì, io non volevo lasciarti mai più.
Allora ti ho chiamato e ti ho detto vediamoci, e tu mi hai detto oggi non posso, vediamoci domani alle 18 su quella panchina sotto l'albero con le luci in fondo a Southbank, vicino allo skate park, magari porta una bottiglia di vino, così guardiamo il tramonto, amore mio.

Io sono arrivata alle 18.15, perché ho pensato che così non sarei arrivata per prima e non sarei rimasta lì ad aspettarti se fossi stato in ritardo, e perché insomma non volevo farti capire subito tutto. Se fossi stata seduta su quella panchina alle 18 avrebbe voluto dire che non vedevo l’ora di vederti, ed era vero, ma non volevo che tu lo sapessi.

Alle 18.45 tu ancora non c’eri. Ti ho scritto un messaggio: dove sei? Non hai risposto. 
Alle 19 ero ancora seduta con la mia bottiglia di vino bianco ora bevuta per metà, e tutta la gente intorno a me guardava il tramonto ridendo, bevendo, baciando. Il cielo era rosa, nemmeno una nuvola, non capita spesso qui, dove sei finito, ti sbrighi, ti stai perdendo tutto. Stai perdendo me. Stai perdendo noi, forse, se davvero esiste questo noi. Di sicuro ti sto finendo il vino, brutto cretino.

Alle 19.30 mi hai scritto un messaggio: “Scusami, amore, è che penso che non è la cosa giusta. Se dovrei stare con te ora non sarei me stesso.”

E io ho letto il messaggio. L’ho riletto. E mi sono messa a ridere, tanto, tantissimo, e ho cominciato a piangere che non so ancora se fosse di felicità o di tristezza o perché ancora prima di leggere il tuo messaggio avevo finito il vino bianco.


E poi ti ho risposto: “Scusami, amore, ma hai sbagliato il congiuntivo. E poi scusami, amore, ma vaffanculo.”

giovedì 12 giugno 2014

Out of Office

Madre è una persona saggia, e allora prima mentre parlavamo su skype, oltre ad avermi detto che dovrei tagliarmi i capelli, mi ha anche detto: "vedi di scrivere qualcosa prima di partire, altrimenti pensano che tu abbia comprato un volo di sola andata per tornare a Londra, ok?"

No, non ho comprato un biglietto di sola andata per tornare nella mia cara vecchia gelida Albion. Sono ancora in questo emisfero dove ormai è arrivato l'inverno e dove in casa non c'è il riscaldamento, e quindi mi aggiro per casa con cappellino di lana in testa, babbucce pelose e il piumino addosso, perché fuori ci sono 16 gradi. Ma in soggiorno ce ne sono 8.
Quando poi questi stracazzo di paesi anglosassoni capiranno che il riscaldamento in casa ha una certa funzione, che è quella di non far gelare le persone, sarà un giorno bellissimo per tutti.

In queste settimane ho anche cercato di trovare il lato positivo nelle cose, perché ho scoperto che come posso vedere tutto così negativamente, posso anche vedere qualche cosa positivamente: qui ho un bel po' di amici, quello biondo ed io andiamo d'accordo, vivo in Australia e qui vicino c'è l'Asia. E io non sono mai stata in Asia. Forse dovrei partire.
E quindi ho prenotato un volo per Bali. E poi uno per la Malesia. E poi uno per la Thailandia. Perché viaggiare è una di quelle cose che mi sono sempre ripromessa di fare mentre stavo a Londra: no ma vengo a trovarti a Boston. Vengo a New York sicuramente. Domani sono a Ibiza. Dopodomani voglio partire e andare in Messico e poi invece non ho mai fatto niente perché costava tutto troppo e c'era sempre il mio affitto da pagare. Anche qui c'è l'affitto da pagare ma ho deciso che dovevo partire comunque.

A Bali sono già andata e anche già tornata, ed è stata una vacanza da favola: ho rivisto una parte della mia famiglia e sapete, dopo sei mesi e mezzo, è stato come rinascere. Mi sono ricordata che loro ci sono sempre e ci saranno sempre e comunque, anche se non li vedo spesso. E quando li rivedrò sarà ancora più bello di prima: avranno tante cose da raccontarmi e tanti abbracci da darmi.
Bali è un'isola fantastica (anche se non penso sia l'Asia più autentica, anzi) che ti regala tramonti incredibili, spiagge infinite, colori, fiori e profumi, una tranquillità che ti fa stare bene (sempre che non finiate a Kuta con tutti gli australiani in canotta a bere shot di tequila, o sempre che non andiate in macchina da una parte all'altra dell'isola; che con tutti quei motorini e i tassisti pazzi di tranquillo non c'è proprio nulla). Gli indonesiani sono sempre sorridenti, e non so se sia per farsi dare la mancia o se sorridano sul serio, ma uno dei tassisti pazzi che ci ha portati in giro ci ha detto che lui sorride alla vita e ho pensato aspetta un attimo, forse dovrei farlo anche io.

Domani parto alla volta della Malesia, destinazione isole sperdute in mezzo all'oceano. E poi Thailandia. E questo fatto di partire per un continente che non ho mai visto, di non sapere bene che cosa mi aspetti, questa cosa di partire un po' all'avventura, che nemmeno abbiamo prenotato una stanza su queste benedette isole malesi perché non c'è il telefono, beh, tutto questo è davvero felicità. E' elettrizzante.
Forse dovremmo farlo tutti più spesso.

Insomma, io parto per venti giorni. Ma poi torno a raccontarvi storie e avventure e blabla del caso.
Perché alla fine questa è casa mia.