mercoledì 23 marzo 2011

Notare Bene

La musica è una cosa bella.

Ci sono delle volte che ascoltando qualcosa non pensi a nulla. Ascolti. Punto. "Basta che non pensi", si diceva nel post sotto.
Altre volte pensi. Pensi a dei viaggi, a dei baci, a delle parole, a delle speranze, a delle emozioni, a delle lacrime, a delle risate, a delle stronzate, a delle bevute, a dei pensieri, a dei discorsi andati in serate piuttosto andate che ti fanno ancora ridere.
Qualche volta ricordi tutto, troppo. Ti ricordi l'odio che provavi, o l'amore che c'era, o la felicità, o la tristezza, o la leggerezza. E quasi vorresti non sentire di nuovo quei sentimenti, ti sembra quasi di rivivere quel preciso momento della tua vita. Ma loro sono comunque li, e tornano solo quando ascolti una canzone che per te ha un senso, ovunque tu sia. 
A volte è per fortuna. 
Qualche volta è solo un non so perché.

Qualche volta ascolti solo la musica, e canti le parole come se fossero sempre state dentro alla tua testa, se le avessi sempre sapute.
Qualche volta ascolti la musica, e le parole le senti tue, e pensi che cazzo, è la storia della mia vita
Qualche volta vedi momenti interi che scorrono sulle note di una canzone che non ascoltavi da troppo tempo e che ti riporta indietro a tanti anni fa, quando. Lo sai solo tu, quando, come e perché.

Secondo me ognuno di noi ha un ricordo su questa canzone.
Perché questa canzone, porca vacca, è proprio la storia di quasi tutti. 

lunedì 21 marzo 2011

Basta che non pensi

"Pensi a qualcuno mentre ascolti le canzoni, tu?"
"Ma che domanda è?"
"Dai, pensi a qualcuno si o no?"
"No. Non ultimamente. Non penso a nessuno."
"Non ti manca pensare a qualcuno mentre ascolti le canzoni? Tipo che senti le parole e pensi a qualcuno, le parole ti richiamano pensieri, baci, letti."
"No. Non ci penso perché non dobbiamo sempre pensare a qualcuno, a qualcosa, ai baci, ai momenti insieme."
"E quindi?"
"E quindi niente, ascolto e basta."


mercoledì 16 marzo 2011

Donna ti ci vestirai tu

Da piccola ero una bambina noiosa. Noiosa e con una fronte assai ampia e il capello dritto a caschetto.
Avevo un attaccamento morboso per madre, non la lasciavo mai andare via.
Per mangiare dovevo leggere Topolino e le verdure le ho schifate dalla prima volta che la suora me le ha messe in bocca.
Solo per farvi sapere: io non mangio verdure. E non rompete le palle con la storia delle 5 verdurine al giorno: io ho 26 anni e le verdure non le mangio, e sono sana. Ok?
Da piccola avevo i cani immaginari: un alano e un altro che non ricordo. Ed eravamo amici amici.

Da piccola, quando madre usciva a cena con padre elegantemente vestita, io le chiedevo dove cavolo andasse vestita donna, e le dicevo che comunque non era il caso che lei uscisse tutta in ghingheri e pure con i tacchi.
Poi dicevo ai miei cani immaginari che vestirsi donna era proprio noioso, e che "Io donna non mi ci vestirò mai, mai!"
E ancora ora, io donna non mi ci so vestire.

Per la piccola Costanza, vestirsi donna voleva dire: vestito, tacchi alti, collant, trucco e parrucco. E una cena fuori.
Ma quello lo faceva madre, mentre io stavo a casa in pigiama a parlare con i miei cani.

Per la Costanza attuale, vestirsi donna equivale a: mani che sudano, agitazione, scarpe che fanno male, ascelle che molto probabilmente si pezzeranno nel momento meno opportuno, scomodità assoluta, discussioni con la famiglia, e una strana sensazione di essere molto brutte, se strizzate in un tailleur o in una camicia.
E un'altra strana sensazione che preferirei evitare: l'invecchiamento precoce.

Vestirsi donna per la me di oggi vuol dire:
colloquio di lavoro, in cui le ascelle cominceranno a colare e ti chiederai perché ti sei messa la camicia azzurra sotto la giacca, che c'era quella maglia nera che tua mamma ti aveva detto di metterti che così stavi tranquilla e invece te ti sei voluta mettere quella che pezza, scema.
E penserai queste cose giusto nel momento in cui il tuo forse datore di lavoro ti sta chiedendo delle cose e tu non stavi ascoltando perché eri concentrata sulle tue ascelle, e devi chiedere "Come, scusi?";


cene fuori, e non con il tuo nuovo fidanzato ma probabilmente con la tua famiglia a discutere di quello che farai da grande, della tua vita, delle tue scelte e del fatto che prima o poi dovrai crescere.
O cena con i tuoi parenti, pronti a farsi i cazzi tuoi anche se tu non ci tieni molto a raccontare la tua vita e ci tieni più a mangiare quello che c'è sul tavolo.
O cene con un tuo possibile futuro datore di lavoro, a fare quella che è sempre sorridente e carina ed educata e vestita così elegante e a sentire discorsi che insomma, che noia.
O cene con le coppiette, tutti a parlare di grandi progetti da fare in due e tu a parlare di progetti da fare in uno.


matrimoni, di qualcuno e non sicuramente il tuo, in cui a metà serata le scarpe cominceranno a farti male e vorresti avere un paio di babbucce da nonna ai piedi ma invece hai il tacco 12 perché volevi fare la figa, e il reggiseno a balconcino che ti strizza le poche tette che hai comincia a conficcartisi nello sterno e ti fa prurito, ma te lo devi tenere che sennò senza tette dove vai che qui sono tutte maggiorate; e mentre tutti ballano tu balli, ma la faccia comincia a contorcersi in una smorfia di dolore che qualche stronzo davanti a te con il mocassino ti ha pestato un piede;


fiere e eventi, in cui tutte le ragazze che vedi sono vestite nello stesso identico modo perché il tailleur nero o grigio fa elegante, il vestitino è comodo se devi muoverti e se poi in fiera fa caldo ti togli la giacca, la ballerina non è scomoda da portare tutto il giorno anche se poi la schiena ti si storge, il gambaletto nero è salva vita, ma ti stritola il polpaccio, la camicia bianca non si pezza quanto la camicia colorata e poi fa molto "bon ton anche su un jeans sportivo", come ti ha insegnato la commessa che te l'ha venduta.
Bugia: si pezza eccome, e bon ton sul jeans un cazzo;

ufficio, dove il jeans verrà dimenticato e piano piano getterai tutte le tue magliette e comprerai top svelarini e di colori tono su tono che si possono abbinare a tutto, anche ad un jeans sportivo.
E dimenticherai le scarpe da ginnastica e ti metterai queste benedette ballerine, e gli stivali, e il mocassino. E tutto il giorno davanti al computer con la tua giacchettina.

Quando mi vesto elegante sento la mia età che avanza, sento gli enta più vicino che gli enti, il peso delle cose che prima o poi bisogna affrontare, la voce delle commesse che ti dicono che il pantalone del tailleur ti sta benissimo e la camicia ti dona moltissimo e il giallo canarino è un colore così di moda, che devi avere.
Ma chi la vuole la tua giacchetta giallo canarino e i tuoi pantaloni del tailleur che poi non so con che scarpe metterli e mi fanno il culone.

E' che vestirsi eleganti mi ricorda che tutti stiamo crescendo e che finiremo tutti a lavorare, che per tutta la vita lavoreremo e ci scorderemo di quello che volevamo davvero fare e ci uniformeremo a quello che gli altri vogliono da noi, che pretendono da noi.
E alla fine diremo che si, non è il lavoro della mia vita, volevo fare altro, avevo un sacco di idee, avrei sognato di andare a vivere via per un po', ma tutto sommato mi va bene così. Tutto sommato sono contento.
Ma lo sei davvero, contento?

Parleremo di fare bambini e di mettere su famiglia, dei mobili che arrivano nelle case nuove e degli altri che invece non mettono mai la testa a posto e non si sa cosa faranno poi perché ancora sono single e il tempo passa per tutti.
Daremo del lei a quelli che una volta erano i nostri amici, ci perderemo di vista e non ci saluteremo più quando ci incontreremo, oppure diremo "Si si, andavamo a scuola insieme tanto tempo fa", come se fosse stata la vita di un'altra persona.
Ci dimenticheremo di tutte le sbronze che ci siamo presi e diremo che non beviamo più da quando durante il weekend dobbiamo finire il lavoro arretrato; schiferemo quelli che non lavorano in ufficio, perché la sicurezza al 50% che ci danno quattro porte e un paio di muri e un computer e i colleghi davanti a noi è meglio di non avere sicurezza al 100%, faremo cose e per chi è fortunato saranno quelle giuste e per chi no sogneremo di essere altrove, a fare altro.
Diremo si a delle cose che un tempo avremmo lottato per dire no, e ascolteremo musica lounge perché il rock era la musica che ascoltavamo quando eravamo giovani e riottosi.

E' che ancora non riesco a vestirmi donna.
Donne si vestiranno quelle che si sentono pronte, con fidanzati, case, lavori perfetti eccetera eccetera.

E vaffanculo alla camicia bon ton, che tanto i jeans sono tutti sportivi.
E le camicie, bianche nere o colorate, alla fine pezzano tutte, cara mia.

martedì 1 marzo 2011

Quattro salti in apatia

Vivo nella patria dei concerti fichi. Chiedete e troverete tutto quello che state cercando: dal concertino jazz a voi sconosciuto, ai Faithless. Dai Kings of Leon agli Arcade Fire.

In questa città ogni giorno c'è qualcosa da fare musicalmente parlando: nuovi gruppi prendono vita in vecchi pub che sanno di birra e whiskey, i Foo Fighters organizzano un concerto segreto da qualche parte, Jamiroquai passa al pub con la sua Aston Martin d'epoca e canticchia con te "Virtual Insanity".
Non sai mai quello che può capitare, musicalmente parlando e non, a Londra.
In questa città il mio mecenate diverrebbe povero, perché io ogni sera sarei li a chiedergli un 50 pounds per biglietto e varie ed eventuali bevutine pre-durante-post concerto.

Ma c'è un ma.
Un grandissimo, pesantissimo, spiacevolissimo "MA" che incombe su ogni concerto che vorrei vedere.
Londra sarà la città più concertosa di tutta la landa Albionica, ma qualcuno dovrebbe spiegare a questi benedetti inglesi come ci si comporta ad un concerto.

Questa settimana ho fatto la figa, e sono andata a vedere tre concerti.
Ora sono morta, senza soldi, con le orecchie che mi fischiano, mai stata così felice. MA, tutte e tre le volte, c'era qualche inglese che mi rompeva le palle.
Il problema fondamentale è l'apatia che regna sovrana nelle menti degli inglesi: ai concerti restano immobili. O si abbracciano con le fidanzatine. O limonano. O parlano, discutono. O flirtano.
Sembra che della musica a loro non interessi poi più di tanto. Sembra che siano in discoteca. Con dei tizi che suonano sul palco, che possono essere anche ignorati.

L'altro giorno parlavo di questo problema legato alla nullafacenza durante i concerti con un albionico.
Lui mi disse: "Forse è che siamo così abituati a stare in coda nella nostra vita, che quando vediamo qualcuno davanti a noi ci sembra di stare ancora in coda, e così stiamo fermi immobili." 
Io gli ho detto che, anche se gli inglesi a fare le code sono bravissimi e rispettosissimi, ai concerti dovrebbero darsi una sonora botta di vita, e cominciare a muoversi.
Non dico tutto il corpo, eh. Ma almeno non so, un mignolo.

Dopo il terzo concerto di fila in una settimana, e dopo aver visto un solo pazzo inglese che cercava di pogare (al concertone dei Foo Fighters. Uno solo. E poi io e la sorella Petulans che saltellavamo come pazze.) ho capito che gli inglesi ai concerti mi infastidiscono, mi ispirano della violenza gratuita.
Mi verrebbe da picchiarli e spintonarli.

Ed è nata così (dopo il terzo concerto e un tizio che si gira e mi dice: "Ma che cosa ti sei presa per saltare così?") la classifica più fastidiosa che sia mai stata stilata nella storia delle classifiche: un insieme di comportamenti che annoierebbe anche il fan meno accanito di musica, una classifica che odiereste e odierete dalla prima all'ultima posizione, o viceversa.
Sono lieta di presentarvi: "Quattro salti in apatia - Classifica ufficiale dei livelli d'apatia inglese ai concerti."
Poi se pure voi siete di quelli che limonano ai concerti, beh, è giunto il momento di smetterla. Come si dice qui: "Get a room."
E non limonate davanti a me che voglio ballare.

Posizione numero 4: lo stronzo impalato.
Gli inglesi, si sa, sono alti. Più alti del dovuto. Altissimi.
Ora pensate a me, piccola italiana, molto piccola grazie ai miei 160 cm, che mi faccio spazio con tutte le mie energie spingendo e sgomitando per arrivare più avanti possibile, sotto il palco, per cercare di vedere qualcosa.
Una volta trovato il mio posto, con molta fatica e assai soddisfatta, inizio a bere la mia birra felice e contenta. E poi in quel momento, eccolo li, arriva lo stronzo impalato.
Lo stronzo mi si piazza proprio davanti, alto 1.80 e anche di più, con la sua giacchettina Barbour puzzolente. E poi sta fermo. Fermo. Impalato. Piazzato davanti a me come un blocco di cemento armato, immobile per tutta la durata del concerto.
Non muove nemmeno la testa. Manco un dito della mano. Non beve, non parla, non trasmette emozioni. E si gira quando tu stai cantando o saltando a tempo, con sguardo gelido.
Roba che ti viene da chiedergli se è morto oppure se è, che so, sonnambulo. E si trova solo nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Posizione numero 3: la coppia al Vinavil.
Io ai concerti con i miei ex ragazzi ci sono andata molte volte. Si.
Ma c'era una regola che vigeva dal momento in cui si entrava al concerto, al momento in cui tutti finivano di applaudire e il gruppo se ne andava e io finivo la mia centesima birra: non ci si abbracciava. Ne ci si teneva per mano. Ne si limonava.
Io non ci riesco. Io devo ascoltare, devo ballare, devo cantare, devo applaudire.
Io non bacio ai concerti. Io non sto abbracciata immobile per due ore al mio ragazzo.
Io me lo vivo, un concerto.

In Albione le cose funzionano diversamente, le coppiette ai concerti passano tutto il tempo avvinghiati manco fossero appiccicati con il Vinavil. Che potrebbe anche andare bene ad un concerto di Celine Dion, e guardiamoci nelle palle degli occhi mentre lei canta "My heart will go on and on", ma se andiamo a sentire un concerto rock, non ci siamo.
La coppia al Vinavil si comporta come segue: lui l'abbraccia da dietro, e poi lei si gira e lo bacia, e poi lui (normalmente alto) si fa strada tra tutti tenendola stretta e si piazza davanti a te, formando la coppia di stronzi impalati. Che tra l'altro ogni due minuti si mettono li a slinguazzarsi, e poi parlano, e poi, dopo aver passato un'ora davanti a te a stimolare i tuoi istinti omicidi, lei dirà: "Andiamo?" Limoneranno, e prima della fine del concerto saranno a casa a fare all'amore.
Dove dovevano essere anche un'ora e mezzo prima, senza proprio venirci, al concerto.

Posizione numero 2: vento di passioni.
Il provolone da concerto.
E' lui, quello che si mette a parlarti proprio nel momento dell'apertura del concerto, quando la band sale sul palco e comincia a suonare.
Lui, che ti chiede vita, morte e miracoli della tua esistenza. Solo che la band suona, e tu non senti, e continui a dirgli: "COSA DICI? EH?! COME?" E passate il tempo a urlarvi nelle orecchie stronzate che a nessuno dei due fondamentalmente interessano. E lui continua a parlare e parlare e tu ti chiedi perché, perché proprio ora?
E poi dato che tu dopo un po' non gli parli più, anche perché nel frattempo hai un timpano perforato, lui si gira e va dalla tua vicina, o da quella davanti a te, e comincia a parlare parlare, e le chiede cose, e le offre birre, e poi toh, ma guarda: limonano.

Posizione numero 1, quella da cazzotto in faccia: il grande oratore, la grande oratrice.
Sono quelli che parlano, non fanno altro che parlare, urlando, perché non si sentono sennò.
E parlano sopra alla musica, discutendo di cose che, in quel momento, dovrebbero essere totalmente dimenticate, scordate, messe da parte: chiacchierano di lavoro, delle vacanze, della vita, dell'amore, delle serate, del quantitativo di birra ingurgitato, del fatto che nel 1995 in questa stagione c'era il sole, del sabato sera in discoteca, del fatto che "Oggi in banca c'era veramente freddo. Devono aver spento il riscaldamento. Ma per fortuna abbiamo le stufette. E poi tra poco cambiamo ufficio. Ah, e poi quel colloquio com'è andato? No perché ora io vado in questo posto a fare un colloquio e mi chiedevo se..."
E poi una voce, dal basso, con accento italiano, dirà: "Ragazzi, ma perché non state zitti e ascoltate la musica, eh? Non è amazing? Dai, piantatela."

E loro, dopo avermi guardato acidamente, se ne andranno, scocciati, a discutere delle loro cose davanti al bar, scordandosi la musica e lasciandomi finalmente in pace, ad ascoltare il mio concerto e a ballare spingendo e urtando sia la coppia al Vinavil che lo stronzo impalato.

Sono sicura, però, che i colleghi dei grandi oratori mi saranno riconoscenti per un giorno almeno: finalmente parleranno di qualcosa di divertente in pausa pranzo.
Perché sinceramente, l'annosa questione delle stufette negli uffici ha sonoramente rotto i maroni, eh.